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Afghanistan

Durante la ricerca svolta sulle guerre nell'Asia centrale e nel Medio Oriente abbiamo trovato le seguenti regioni :

Iraq

Palestina

Afghanistan

Israele

Paesi Arabi dal Marocco - Arabia Saudita

Miemien - Turchia

Waziristan in Pakistan

In questo link abbiamo voluto suffermarci sull'Afghanistan.

 

Afghanistan

 

 

Ordinamento politico: Amministrazione transitoria

Capitale: Kabul Superficie: 650 mila Kmq (due volte l'Italia)

Popolazione: 22 milioni; pashtun 38%, tagiki 25%, hazari 19%, uzbeki 6%, turkmeni 2%, altri 10% Lingua: dari (dialetto persiano) e pashto     Religione: musulmani (sunniti 84%, sciiti 15%), altri 1%     Alfabetizzazione: 38%

Mortalità infantile: 147 per mille Speranza di vita: M 47, F 46

Popolazione sotto la soglia di povertà: n.d.

Prodotti esportati: n.d.

Debito estero: n.d.

Spese militari: n.d.

 

GEOGRAFIA

Le regioni orientali e centrali dell'Afghanistan sono occupate dalle propaggini occidentali della catena himalayana, che qui forma l'Hindu Kush: vette altissime e valli strette e profonde, coperte di foreste nelle regioni sud-orientali. A nord del massiccio centrale c'è una stretta fascia di pianure fertili. A ovest e a sud (verso i confini iraniano e pakistano) si estende una vasta distesa arida.

STORIA

Dopo l'indipendenza dal protettorato britannico nel 1919, l'Afghanistan diventa una monarchia islamica governata secondo una versione moderata della legge coranica. Nel 1933 sale al trono il re Zahir Shah, che regnerà per quarant'anni.
Negli anni '60,  in piena guerra fredda, cresce con l'appoggio di Mosca un movimento interno di opposizione popolare d'ispirazione marxista che persegue l'instaurazione di una repubblica socialista.
Nel 1973 il cugino del re, Mohamed Daud Kan, prende il potere con un colpo di Stato incruento e abolisce la monarchia introducendo significative riforme sociali e stringendo rapporti con l'Urss, che però rimane insoddisfatta dalla moderazione della sua linea. Nel 1978 Daud Khan viene rovesciato da un golpe orchestrato da Mosca, che instaura a Kabul un governo marxista filo-sovietico guidato da Mohammed Taraki, che però si dimostra subito poco affidabile, troppo indipendente dal Cremlino, e viene dunque deposto dopo un anno da Afizullah Amin. Ma nemmeno lui va a genio a Mosca, che alla fine del 1979 decide di intervenire direttamente e invade l'Afghanistan, instaurando il regime marxista di Babrak Karmal. Contro l'esercito sovietico e il governo si organizza fin da subito la resistenza armata dei guerriglieri mujahedin (combattenti per la fede), appoggiati e armati dagli Stati Uniti, ma anche dal Pakistan e dall'Arabia Saudita. Da tutti i paesi arabi affluiscono in Afghanistan migliaia di volontari musulmani per partecipare alla jihad (interpretata dai fondamentalisti come guerra santa contro gli infedeli) contro l'Armata Rossa, "il nemico dell'Islam". In dieci anni di guerra muoiono due milioni di afghani e 15 mila soldati russi.
Con la fine della guerra fredda il governo di Mohammed Najibullah (andato al potere nel 1986) perde l'appoggio sovietico: nel 1989, il presidente Michael Gorbaciov ordina il ritiro delle truppe dall'Afghanistan, lasciando che il regime imposto da Mosca crolli sotto la pressione dell'avanzata dei mujahedin, che nel 1992 conquistano Kabul, dove si insedia un governo presieduto da Buranuddin Rabbani, leader di Jamiat-i Islami, la formazione poltico-militare dei mujahidin tagiki comandati da Ahmed Sha Massoud. La sua autorità non viene però riconosciuta dalle altre fazioni di mujaheddin che avevano partecipato alla "guerra santa" contro i sovietici. Comincia così una nuova guerra civile per il controllo della capitale, che solo nel 1993 provoca la morte di oltre diecimila civili. In sostegno di Rabbani e Massoud torna in campo la Russia di Yeltsin intenzionata a mantenere intatta l'influenza regionale dell'ex Urss, assieme alle ex repubbliche sovietiche di Tajikistan e Uzbekistan e a Iran e India. La fazione più agguerrita è quella che fa capo al gruppo più numeroso del Paese, i pashtun, riuniti nell'Hizb-i Islami del fondamentalista islamico Gulbuddin Hekmatyar, che nel 1994 inizia a bombardare Kabul provocando in un solo anno la morte di 50 mila civili. Dietro di lui si schierano Pakistan, Arabia Saudita e Stati Uniti, decisi a raccogliere i frutti economici e strategici di un impegno decennale. Il conflitto civile entra in una situazione di stallo. La situazione è bloccata. Hekmatyar non riesce a conquistare Kabul, ormai ridotta ad un cumulo di macerie. Il Pakistan e i suoi alleati decidono così di creare dal nulla una nuova fazione armata "locale" capace di impadronirsi dell'Afghanistan. Lo fanno puntando su un mullah pashtun, Mohammed Omar, a capo di una piccola milizia di studenti coranici integralisti (taliban). Nel giro di due anni l'addestramento dei servizi segreti pakistani, le armi americane e i soldi sauditi danno vita a un agguerrito esercito che conquista Kabul nel settembre 1996. Rabbani si rifugia nelle province nord-orientali, da dove il generale Massoud guida la resistenza dell'Alleanza nel Nord, un'organizzazione ombrello che raggruppa tutti i gruppi mujahedin non pashtun: oltre ai tagiki ci sono gli uzbeki di Abdul Rashid Dostum, gli hazara di Abdul Karim Khalili e gli sciiti di Ismail Khan. I taliban (che godono di un largo consenso nella popolazione afghana pashtun) instaurano un governo integralista basato su un'interpretazione fondamentalista della sharia (il complesso di norme giuridiche e morali che si rifanno a una rigida interpretazione del Corano) vietando ogni diritto e ogni ruolo sociale alle donne e procedendo alla distruzione di tutti i simboli appartenenti alla cultura preislamica (emblematica la distruzione delle statue dei Buddha).
Il regime del mullah Omar (che viene riconosciuto solo dal Pakistan, dall'Arabia Saudita e dagli Emirati Arabi Uniti) fornisce anche ospitalità allo sceicco saudita Osama Bin Laden e alla sua rete terroristica, che in Afghanistan installa le sue basi e i suoi campi di addestramento. Ciò causa un progressivo deterioramento dei rapporti tra taliban e Stati Uniti, fino ad arrivare al bombardamento americano dei campi afghani di Al-Qaeda nell'agosto del 1998 in rappresaglia agli attentati contro le ambasciate Usa in Kenya e Tanzania. Dopo i drammatici avvenimenti dell'11 settembre, gli Stati Uniti pretendono dai taleban l'estradizione del capo di Al-Qaeda. Al rifiuto di Kabul, Washington risponde attaccando militarmente l'Afghanistan (7 ottobre 2001) e rovesciando il regime dei taleban (13 novembre 2001), grazie all'apporto bellico dei mujahedin dell'Alleanza del Nord (non più guidati dal generale Massoud, ucciso in un attentato il 9 settembre del 2001).
Le vittime dei bombardamenti americani in Afghanistan sono state circa 14 mila (almeno 3.800 civili e oltre 10 mila miilizani taliban secondo i calcoli dell’economista statunitense Marc Herold, docente dell’Universita del New Hampshire ). A queste vanno aggiunte 20 mila persone, morte successivamente per le malattie e la fame provocate dalla guerra, secondo un’indagine condotta nel maggio 2002 dal reporter Jonathan Steele, del quotidiano britannico
The Guardian. In vent'anni di conflitti che hanno insanguinato questo Paese si calcolano siano morte oltre un milione e mezzo di persone, e che altri sei milioni (un terzo della popolazione) siano scappati dall'Afghanistan per rifugiarsi in Iran e in Pakistan (un milione non ha ancora fatto ritorno). Mezzo milione le vittime (tra morti e mutilati) dalle mine antiuomo.

SOCIETA'

Il gruppo etnico più numeroso è quello dei pashtun (38%), localizzati nel sud e nell'est del Paese. Seguono i tagiki (25%) concentrati nel nord-est, gli hazara (19%) nel centro, e gli uzbeki (6%) nel nord. Altri importanti gruppi sono i turkmeni, nella fascia settentrionale al confine col Turkmenistan, gli aimaki nel nord-ovest, i baluci nella fascia sud-occidentale al confine con il Balucistan pakistano e il Nuristan orientale.
La religione ufficiale è l'islam: la maggior parte della popolazione è sunnita (84%), gli sciiti (15%) sono concentrati nelle regioni occidentali al confine con l'Iran.
Le condizioni di vita della popolazione, già critiche prima della guerra, sono peggiorate a causa della crisi umanitaria causata dal conflitto: la fame e le malattie che imperversano nel Paese hanno mietuto più vittime delle bombe, almeno 20 mila secondo stime recenti. Quattro milioni di afghani soffrono di denutrizione e solo il 5% della popolazione ha accesso all’acqua.
Contrariamente a quanto viene propagandato in Occidente, il rispetto dei diritti umani rimane una chimera per gli afghani. Fatta eccezione per la capitale Kabul, la situazione non si discosta da quella esistente sotto i taliban. Le violenze contro i civili, in particolare contro le donne, continuano come prima.

POLITICA

Il 9 ottobre 2004 si sono tenute le prime elezioni presidenziali dopo la fine della guerra. Ha vinto Hamid Karzai, già presidente provvisorio, apertamente sostenuto dagli Stati Uniti. Tutti i candidati avversari legati ai signori della guerra che detengono l'effettivo controllo del territorio al di fuori di Kabul, hanno inizialmente chiesto l'annullamento del voto in base alle numerose denunce di brogli e irregolarità (soprattutto per il fenomeno del voto multiplo). Ma poi hanno accettato l'esito del voto in cambio della promessa di qualche posto nel nuovo governo.
Molti analisti internazionali sostengono che questo voto, lungi dall’essere state una “storica prova di democrazia”, sono state solo una farsa organizzata in fretta e furia in un paese che ancora non era assolutamente pronto per un simile passo a causa di quegli stessi motivi (mancanza di condizioni di sicurezza e carenza di preparazione logistica) che tra l’altro sono stati addotti per rimandare invece al prossimo anno le elezioni legislative. E’ più che legittimo sospettare che tutta questa messa in scena sia stata voluta a tutti i costi dalla Casa Bianca adesso, alla vigilia del voto Usa, solo per permettere a Bush di poter presentare in campagna elettorale almeno un successo in politica estera.

 

Scheda Conflitto: Afghanistan

PARTI IN CONFLITTO
1979-1989: truppe sovietiche (e governative) contro guerriglia mujahedin (sostenuta dagli Stati Uniti)

1989-1996: conflitti armati tra mujaheddin tagiki, uzbeki, hazari, pashtun

1996-2002: taliban al governo (sostenuti da Pakistan e Arabia Saudita) contro la  resistenza dei mujahedin tagiki, uzbeki e hazari uniti nell'Alleanza del Nord (sostenuta da Russia, India, Iran, Tajikistan e Uzbekistan)

2002-OGGI: truppe americane e governative (del governo di Hamid Karzai) contro la resistenza dei taliban e dei miliziani dell’Hezb-i Islami (di Gulbuddin Hekmatyar) nelle province sud-orientali al confine col Pakistan; milizie uzbeke del Jumbesh-i Milli (di Abdul Rashid Dostm) contro milizie tagike del Jamiat-i Islami (di Mohammad Ustad Atta) nelle province settentrionali del Paese.

 

VITTIME

Un milione e mezzo morti dal 1979 al 2001 (400 mila vittime di mine antiuomo). Circa 14 mila durante l'intervento americano alla fine del 2001 (almeno 10 mila combattenti taliban e quasi 4 mila civili). A queste vanno aggiunti 15-20.000 civili afgani morti nei mesi successivi alla fine del conflitto per le malattie e la fame provocate dalla guerra.
Più, ancora, altri 4.500 morti causati dai combattimenti e dagli attentati verificatisi nei tre anni di ‘dopo-guerra’. Nel 2004 i morti sono stati 1.124.
 

RISORSE CONTESE
L’Afghanistan è il maggior produttore di oppio al mondo (l’eroina afgana rifornisce i tre quarti del mercato Occidentale) ed è ricco di smeraldi e risorse minerarie. Ma il valore strategico del Paese è legato ai gasdotti e ai corridoi commerciali (stradali e ferroviari) che lo attraversano, collegando gli Stati ex-sovietici dell’Asia centrale col Pakistan e l’India. Inoltre la recente scoperta di immensi giacimenti di uranio potrebbero diventare una fonte potenziale di nuovi conflitti.  

 

FORNITURA ARMAMENTI
L’esercito afgano è armato dall’Occidente (Usa e Gran Bretagna in testa), i mujaheddin dalla Russia, l’India, l’Iran, il Tajikistan e l’Uzbekistan. I taliban si finanziano col commercio illegale di oppio e grazie all’appoggio indiretto del Pakistan e dell’Arabia Saudita.

 

SITUAZIONE ATTUALE

Sembra ormai certo che forze speciali Usa e agenti Cia stiano operando oltre confine, nella regione pachistana del Sud Waziristan, a fianco dell’esercito locale nella guerra contro le roccaforti dei guerriglieri talebani. Oltre a partecipare ai combattimenti, gli uomini Usa passano le coordinate alla propria artiglieria in Afghanistan per dirigerne i tiri contro gli obiettivi talebani.
Intanto in Afghanistan le mine continuano a uccidere: 16 persone solo questa settimana.
Il 29 gennaio un mezzo dell’esercito afgano è saltato su una mina anticarro a sud di Kandahar, nella zona di confine di Spin Boldak: 9 soldati sono rimasti uccisi.
Il giorno dopo, nella stessa zona, un’altra mina piazzata a bordo strada ha fatto esplodere un furgone che trasportava civili, uccidendone 5, tra cui un bambino.
Contemporaneamente, dalla parte opposta dell’Afghanistan, nei pressi di Jalalabad, 2 guerriglieri talebani sono morti mentre piazzavano una mina, esplose per errore.
Sono 33 i morti dall’inizio del 2005: 2 soldati Usa, 18 soldati afgani e 8 guerriglieri talebani e 5 civili.

Meravigliose elezioni

Scrutinio sospeso in Afghanistan tra denunce di brogli e confusione tra gli elettori

Secondo Bush le elezioni presidenziali afgane sono state “una cosa meravigliosa”. Secondo l’attuale presidente provvisorio Hamid Karzai, il candidato sostenuto dalla Casa Bianca e quindi scontato vincitore, il voto è stato “libero e regolare” e rappresenta “una vittoria per l’intera nazione”. I toni della stampa internazionale sono stati tutti entusiastici nel commentare questo “passo storico” dell’Afghanistan verso la democrazia e la libertà.
                                                                                                                                                          
Ma la realtà dei fatti sembra essere ben diversa. Tanto che tutti e quindici i candidati avversari di Karzai hanno denunciato gravissimi e sistematici brogli e irregolarità chiedendo l’annullamento del voto e affermando che non riconosceranno l’esito di quello di sabato. La loro denuncia ha prodotto per ora l’interruzione delle operazioni di scrutinio in attesa che una commissione d’inchiesta delle Nazioni Unite faccia luce sugli episodi contestati.

Il più grave riguarda l’inchiostro con cui ai seggi sono stati segnati i pollici degli elettori per impedire il voto multiplo. Doveva essere indelebile, invece si cancellava senza problemi consentendo a chiunque di ripresentarsi al seggio tante volte quante tessere elettorali possedeva. Come era emerso nelle scorse settimane, infatti, moltissimi afgani si erano registrati alle liste elettorali più di una volta, anche decine di volte, collezionando più tessere elettorali a testa che, a quanto pare, sono diventate anche oggetto di un fiorente commercio (una tessera per cento dollari).

In
  seguito a questo fenomeno, secondo Human Rights Watch, il numero ufficiale degli iscritti al voto, 10,5 milioni, corrispondeva nei fatti a non più di 5 – 7 milioni di elettori reali. Il che significherebbe che la metà dei voti di sabato potrebbero essere stati manipolati. Manipolati da quei capi tribali comprati da Karzai con i milioni di dollari che lui, come presidente in carica, aveva ricevuto dagli Usa e dall’Occidente per organizzare le elezioni. Dollari che poi questi capi hanno usato per acquistare centinaia e migliaia di tessere elettorali da distribuire poi a votanti ‘ammaestrati’ che potevano contare su un inchiostro non indelebile.

Ma, a quanto pare, sono stati utilizzati sistemi anche meno raffinati e più spicci. Come rubare le casse piene di schede elettorali in bianco destinate ai seggi per poi farle riapparire al momento giusto con una croce vicino alla foto di Karzai. Assalti ai camion che trasportavano le schede sono stati segnalati in varie parti del paese.

Vikram Parekh, analista politico indipendente afgano che lavora per l’istituto di ricerca “International Crisis Group”, ritiene che la contestazione dei candidati avversari di Karzai non comporterà l’annullamento del voto perché non è a questo che puntano. “Questa disputa finirà per essere risolta con il negoziato perché gli altri candidati vogliono solo ottenere dei posti nel nuovo governo di Karzai”. Alla fine, insomma, Hamid Karzai, l’ex agente della Cia e consulente della compagnia petrolifera Usa Unocal, diventerà presidente dell’Afghanistan come previsto, mettendo a tacere l’indignata protesta degli altri candidati con la distribuzione di qualche poltrona.

Resta il fatto che queste elezioni, lungi dall’essere state una “storica prova di democrazia”, sono state solo una farsa organizzata in fretta e furia in un paese che ancora non era assolutamente pronto per un simile passo a causa di quegli stessi motivi (mancanza di condizioni di sicurezza e carenza di preparazione logistica) che tra l’altro sono stati addotti per rimandare invece al prossimo anno le elezioni legislative. E’ più che legittimo sospettare che tutta questa messa in scena sia stata voluta a tutti i costi dalla Casa Bianca adesso, a tre settimane dalle elezioni Usa, solo per permettere a Bush di poter presentare in campagna elettorale almeno un successo in politica estera.

 

Voto consapevole

“Mi sono registrato nelle liste elettorali ma non andrò a votare”, confessa Ebadullah Eba di, un giovane medico chirurgo di Kabul. “Tutta la mia famiglia se ne starà a casa il giorno delle elezioni. Abbiamo deciso così perché tanto sappiamo che l’esito del voto è già stato deciso dagli stranieri”.
“Ho ritirato la tessera elettorale ma non la userò perché queste non saranno elezioni democratiche”, afferma anche Fridoun, un giovane studente universitario della capitale. “Sono i paesi stranieri che hanno già deciso al posto nostro chi diventerà presidente”.
Entrambi si riferiscono all’attuale presidente provvisorio scelto tre anni fa dalla Casa Bianca, Hamid Karzai, dato da tutti come il vincitore scontato delle elezioni di domani e apertamente sostenuto dagli Stati Uniti. “Ma guardatelo”, dice una donna che preferisce rimanere anonima. “Ha fatto tutta la campagna elettorale circondato da guardie del corpo americane e soldati armati fino ai denti. Non capisco perché un presidente che dovrebbe essere così popolare da vincere sicuramente le elezioni debba essere protetto così, debba basarsi sulla protezione degli stranieri”.

Abdul Salam Safari, docente all’università di Kabul, è sicuro che il voto sarà manipolato. “Vi saranno brogli per far apparire Karzai come il vincitore assoluto. E’ lui l’uomo sostenuto dagli stranieri, e la storia dell’Afghanistan dimostra che sono stati sempre i personaggi appoggiati dall’esterno a comandare”.
Non si fa illusioni nemmeno lo stesso candidato avversario di Karzai, il tagico Yunus Qanouni, ex ministro dell’Educazione, critico verso gli americani e le loro interferenze nelle faccende politiche afgane. “Avrei buone possibilità di vincere, ma le irregolarità avvenute in campagna elettorale e quelle che certamente avverranno sabato faranno sì che vincerà il candidato sostenuto dagli Stati Uniti”.

Il primo fattore che fa sorgere dubbi sulla regolarità di queste elezioni è rappresentato dal numero di votanti. Come ha denunciato recentemente Human Right Watch, e come è facile riscontrare parlando con gli afgani, molte persone si sono registrate più volte con nomi diversi. Moltissimi hanno due o tre tessere elettorali, alcuni anche di più. Anche i bambini sono riusciti ad accaparrarsene. A Kabul gira voce di una donna che, grazie alla copertura del burqa, avrebbe collezionato addirittura quaranta tessere elettorali. Si dice che questo accada perché la gente pensa che le tessere diano diritto a razioni alimentari o altri benefici. Ma molti ammettono che c’è un mercato di tessere, e che il prezzo medio è di cento dollari l’una: una fortuna per una famiglia afgana.

Cifre irrisorie per i capi tribù e i signorotti della guerra che, oltre a ordinare alla propria gente per chi votare (dietro la minaccia di ritorsioni violente), hanno l’effettivo controllo del territorio (e dunque dei seggi elettorali) al di fuori di Kabul. Gli Stati Uniti hanno dato al governo, cioè a Karzai, dieci milioni di dollari per organizzare le elezioni, e la sua campagna elettorale. Di certo non li ha spesi tutti in manifesti e volantini. Sempre Human Right Watch ha raccolto testimonianze del fatto che i signori locali e i capi tribù hanno ricevuto ingenti somme dai candidati per far sì che nel loro territorio la gente votasse per la persona giusta. Soldi che magari sono serviti anche per comprare tessere elettorali da dare a chi è disposto ad andare a votare più volte per lo stesso candidato.

Per fronteggiare questo problema è stato previsto che chi sabato andrà a votare verrà marchiato sul pollice con un inchiostro indelebile per impedirgli di ripresentarsi. Sulla carta un ottimo sistema che però, osserva qualcuno, va tradotto in pratica dal personale dei seggi elettorali. E questo non è così scontato. Si voterà in cinquemila seggi sparsi nei più remoti angoli del paese, seggi che saranno monitorati da venticinque osservatori dell’Osce e da altri duecento osservatori internazionali. Assieme a loro circa quattromila osservatori afgani (cioè nemmeno uno per seggio), anch’essi comunque soggetti ai condizionamenti dei boss locali.

Non è certo un gran segno di democraticità poi il fatto che i diciassette candidati avversari di Karzai siano dati tutti, in partenza, come perdenti. Il candidato tagico Yunus Qanuni, di cui si è già parlato sopra, è già dato secondo con un netto distacco. Le briciole dei voti se le spartiranno gli altri due principali contendenti: il famigerato signore della guerra Abdul Rashid Dostum, candidato della minoranza uzbeca, e Mohamed Mohaqiq, rappresentante della comunità hazara sciita. Massouda Jalal, unica candidata donna, indipendente da ogni gruppo etnico, pediatra progressista, sostenitrice dei diritti delle donne e della lotta contro la povertà, raccoglierà voti solo tra le elettrici afgane di Kabul, dato che le donne delle zone rurali voteranno per chi decide il padre o il marito.

Gli altri tredici candidati è come se non ci fossero. Ieri, due di loro (Sayed Ishaq Gailani e Abdul Hasseb Aryan) si sono addirittura ritirati dalla corsa alla presidenza.
La maggior parte di loro ha giocato la campagna elettorale sulla richiesta di rinviare il voto e di accorparlo alle elezioni legislative previste per l’aprile 2005 perché il paese – dicono loro – non è pronto per questo appuntamento, che si è voluto per forza mantenere non nell’interesse del popolo afgano, ma nell’interesse di un’altra campagna elettorale, quella americana.
“La necessità di tenere le elezioni presidenziali ora non ha ragioni credibili”, afferma Vikram Parekh, analista politico afgano che lavora per il centro di ricerca International Crisis Group. “Nessuno ha fornito spiegazioni convincenti sul perché le ragioni che hanno motivato il rinvio delle elezioni parlamentari (la mancanza di condizioni di sicurezza, di un attendibile censimento elettorale e di infrastrutture adatte) non siano state ritenute valide anche per rinviare il voto presidenziale. E’ normale che così si alimenti il sospetto che tutto serva solo alla campagna elettorale del presidente Bush”.

 

L'oppio dei poveri

Un viaggio tra le piantagioni afgane di papaveri da oppio

Com’era una volta da noi per la vendemmia, quando in autunno tutti abbandonavano temporaneamente i lavori usuali per ritrovarsi tutti tr a i filari a raccogliere e chiacchierare, cantare e mangiare assieme, così è in queste settimane di inizio maggio in Afghanistan, tempo di raccolta dell’oppio. Orti, cantieri, botteghe e stalle di tutto il paese subiscono un’emorragia di lavoratori che per un po’ di giorni si trasferiscono nelle coltivazioni di papaveri da oppio di parenti e amici. Per dare una mano, per socializzare, per divertirsi, e soprattutto per riportare a casa un piccolo tesoro che gioverà non poco alle sempre troppo magre finanze familiari.

Il fatto che gli afgani non vivano sulla loro pelle, per ora, i devastanti effetti sociali prodotti dall’oppio è una delle ragioni per cui questa cultura tradizionale viene vissuta come innocua e quindi mantenuta.
Quasi nessuno in Afghanistan fuma oppio, anche se adesso alcuni giovani stanno iniziando, soprattutto nelle periferie delle grandi città. A Kabul, tra le macerie dei quartieri occidentali, i più devastati dalla guerra e i più poveri, molti giovani si ritrovano per drogarsi con l’oppio. Il punto di spaccio principale  sono i locali abbandonati e diroccati di un vecchio cinema. Un problema emergente, per fortuna ancora non paragonabile alla piaga che invece affligge il Pakistan e l’Iran, dove la gente si vende anche le pentole per comprarsi un po’ di oppio da fumare.

Ma il motivo principale è ovviamente quello economico. Quest’anno un chilo di oppio viene venduto ai ‘trafficanti’ per cento dollari (contro i cinquanta dell’epoca talebana, prima che la produzione venisse interrotta facendo schizzare i prezzi a cinquecento dollari al chilo). Contando che il più piccolo campicello familiare può produrre almeno una decina di chili e quindi fruttare un migliaio di dollari, una fortuna in questo paese, è facile capire perché i papaveri vengono preferiti ad altre colture, come il grano, che frutta all’incirca un decimo. Una grande piantagione come quella in cui lavorano Ahmad e i suoi amici produce anche cento chili di oppio, cioè diecimila dollari circa. Di questi, una parte va ai raccoglitori, una parte al proprietario della piantagione e una percentuale, una sorta di tassa di produzione che varia dal dieci al venti per cento, alle autorità locali.

Questo è un altro grosso ostacolo a ogni programma di sradicamento delle colture di papaveri. Il governo centrale non ha alcun potere al di fuori di Kabul. Per gli afgani il presidente Hamid Karzai non rappresenta altro che il sindaco della capitale. Il resto del paese, a due anni e mezzo dalla caduta dei talebani, è ancora governato dai signori della guerra locali restii a sottomettersi al potere centrale, con cui hanno un solo tipo di rapporto: quello tributario. Come i feudatari con il re nel medioevo, questi signorotti versano a Kabul parte dei tributi raccolti nelle province da essi controllate. Tributi che però, per l’appunto, provengono in gran parte dalle tasse sull’oppio. Secondo le più recenti stime delle Nazioni Unite, l’oppio rappresenta quasi il cinquanta per cento del Pil afgano. Estirpare l’oppio porterebbe quindi alla bancarotta nazionale e al precario equilibrio politico che regna in Afghanistan.

A denunciare pubblicamente questa situazione è stato nei giorni scorsi addirittura il ministro degli Interni afgano. "Rappresentanti del governo e signori della guerra locali sono pesantemente coinvolti nella produzione e nel traffico illecito di oppio, e stanno trasformando il nostro paese in un narcostato  ", ha dichiarato il ministro in un'intervista  Kabul Times, unico quotidiano della capitale. "Non posso dire chi fa cosa, ma posso affermare che il mio ministero ha raccolto prove sufficienti per dimostrare che funzionari del governo, compresi i ufficiali dell'esercito e della polizia, sono implicati nel narcotraffico. Quelli che non sono direttamente coinvolti nel business, offrono protezione a produttori e commercianti in cambio di denaro. Sappiamo nomi e cognomi dei funzionari colpevoli, ma solo in pochi casi siamo riusciti a intervenire e ad arrestarli".  

In queste condizioni di contiguità tra potere politico e potere crimine è ovvio che ogni programma di sradicamento finisce con l'essere solo una messa in scena ad uso e consumo della comunità internazione, che colpisce solo i contadini, i pesci più piccoli del sistema, senza intaccare il grande business gestito dai pesci grossi, magari gli stessi che assistono e plaudono a queste operazioni. Operazioni che vedono solitamente impegnati alcuni trattori che dissodano il terreno estirpando i papaveri, scortati da centinaia di soldati armati di mitra e lanciarazzi. Se durante questi blitz non si sono ancora registrate rivolte dei contadini è solo perché i locali signori della guerra e dell'oppio, che per il quieto vivere accettano di sacrificare qualche campo, le scoraggiano. Se il programma di sradicamento non fosse solo una finta ma una vera guerra l'oppio, questi signori non ci metterebbero molto a distribuire kalashnikov e lanciarazzi ai contadini e a chiamarli alla rivolta armata contro il governo.  

Se poi si considera che l'Afghanistan è anche in piena vigilia elettore è facile intuire perché Karzai, che punta la conferma del suo mandato provvisorio, preferisca non pestare troppo i piedi ai notabili locali e non alienarsi le simpatie delle masse contadine del paese. Quindi i suoi recenti proclami di jihad, di guerra santa contro l'oppio, lasciano il tempo che trovano. Così come i suoi propositi di portare avanti la lotta la droga distinguendo tra i contadini e i trafficanti. Parole che contrastano in maniera stridente con la realtà dei fatti. I fatti sono quelli riportati dal già citato ministro degli Interni. "A Kabul stiamo arrestando moltissimi trafficanti, ma questo avviene solo per un motivo: perché lo smercio di oppio, grezzo o lavorato, sta assumendo dimensioni tali da non riuscire più a rimanere invisibile. Quindi qualcuno finisce nella nostra rete. Ma è solo la punta di un iceberg che sta crescendo, e cresce per colpa della corruzione, del malaffare e della criminalità che dilaga nel governo presieduto da Hamid Karzai e sostenuto dagli Stati Uniti".  

Rahmat, il contadino, risponde con una gran risata quando gli si chiede perché gli afgani non smettono di coltivare oppio. "Perché dovremmo smettere? Lo facciamo da sempre. E' l'unica fonte di reddito decente che abbiamo. E' grazie l'oppio se non moriamo di fame e riusciamo a pagare la decima ai signori locali. Se coltivassimo riso, saremmo ancora più poveri di quello che già siamo. Certo, se il governo, invece di distruggere le coltivazioni senza nemmeno compensare adeguatamente i contadini, facesse qualcosa per noi, se ci fornisse in cambio sementi e concimi, buoni impianti di irrigazione e macchinari agricoli decenti, dei trattori ad esempio, noi potremmo campare anche coltivando altro, perché la produttività e dunque i guadagni sarebbero buoni anche coltivando grano o riso per esempio. Ma finché non avremo un vero governo, un governo che pensa al benessere della gente, finché a comandare saranno i signori e i comandanti militari locali che pensano solo ad arricchirsi sulla nostra pelle, non ci possiamo permettere di smettere con l'oppio".

Il carcere della vergogna

Nella prigione di Shebergan, dove nessun giornalista era mai entrato prima

Superato il pesante portone di ferro borchiato, sorvegliato da un soldatino uzbeco con un’ottocentesca divisa di panno grigio, si entra nel carcere di Shebergan. Qui, nel novembre 2001, venero rinchiusi 3.500 talebani catturati dalle milizie filoamericane del generale Dostum.

Gli unici sopravvissuti a quello che è stato il più grande e taciuto crimine di guerra dell’ultimo conflitto afgano: migliaia di talebani sterminati nei container in cui vennero portati qui dopo la cattura sul fronte orientale di Mazar e Kunduz. Uno di questi macabri cassoni d’acciaio, celeste arrugginito, campeggia ancora sotto un albero vicino all’ingresso della prigione.

In due anni e mezzo di detenzione il numero dei prigionieri di Shebergan è sceso fino a mille. La maggior parte sono stati trasferiti altrove o rilasciati dietro pagamento, ma molti, moltissimi, sono morti per le torture e per le malattie dovute alle disumane condizioni di vita nel carcere: violenze, sovraffollamento, denutrizione, sporcizia e totale assenza di cure mediche.

La tubercolosi si è talmente diffusa da rendere necessaria l’apertura di due bracci di detenzione riservati ai prigionieri ammalati. Solo dopo l’intervento di Emergency la situazione ha iniziato a migliorare, come spiega il dottor Das, medico originario di Nuova Delhi che lavora per Emergency nella clinica che questa organizzazione italiana ha aperto nella prigione nella primavera del 2002.

“Prima del nostro arrivo si sono registrate decine e decine di decessi. Senza la nostra assistenza e senza la nostra presenza come ‘osservatori’ la metà di questi prigionieri sarebbe certamente morta”, afferma il dottor Das, avviandosi verso il blocco centrale della prigione. Un’altra porta, chiusa da un’inferriata, immette nel piccolo cortile dove si affacciano gli ingressi dei tre bracci della prigione: a destra quello dei talebani afgani, a sinistra quello dei talebani pachistani, e al centro quello dei ‘commander’ talebani.

In un angolo del cortile sono accatastati centinaia di pezzi di pane secchi e irranciditi su cui ronzano nugoli di mosche. E’ il simbolo della lotta estrema che i detenuti stanno portando avanti da una settimana: sciopero della fame a oltranza per ottenere l’unica cosa che Emergency non può dare loro: la libertà.

Alle pareti del cortile sono appesi cartelli scritti in un inglese approssimativo ma dal significato inequivocabile: “Scarcerazione o morte”, “Non vogliamo altro che essere liberi”.

Ma per molti di loro sarebbe sufficiente uscire dall’inferno di Shebergan, dove, in violazione della Convenzione di Ginevra sul trattamento dei prigionieri di guerra, questi detenuti sono stati lasciati marcire per due anni e mezzo senza accuse, senza processo, senza difesa, senza nessuna prospettiva se non quella di finire i propri giorni in questa squallida prigione.

Grazie alla mediazione di Emergency, e in particolare dell’inglese Kate Rowlands, coordinatrice delle attività di Emergency in Afghanistan, le autorità hanno acconsentito di trasferire tutti i prigionieri nel grande carcere di Pol-i-Charki, a Kabul. Il trasferimento è iniziato, ma lo sciopero della fame prosegue per i 450 detenuti rimasti.

I lunghi corridoi sterrati e bui su cui si affacciano le celle, solitamente chiuse, sono affollati come i vicoli di un bazar di Kabul. Le porticine di legno delle celle sono state aperte e i detenuti bivaccano in attesa di essere registrati per il trasferimento. A vederseli davanti, in carne e ossa, non hanno proprio l’aspetto di spietati terroristi.

Incorniciati da lunghe barbe nere e da colorati cappellini tondi attorno ai quali si arrotolano il turbante, i loro volti sono sorridenti e amichevoli. Si portano la mano destra al petto in segno di saluto accennando un inchino che fa sollevare i loro tipici pantaloni larghi scoprendo le ciabatte di plastica che portano ai piedi. Ma non tutti sono nei corridoi. Nelle celle giacciono in stato di semi incoscienza decine e decine di detenuti, quelli più provati dallo sciopero della fame perché già gravemente malati in precedenza, molti tubercolotici, che assieme al cibo hanno rifiutato anche le medicine.

Nessuno di loro ha la forza di parlare. Gli altri, quelli che stanno meglio, raccontano la loro storia, che è la storia di tutti i prigionieri di Shebergan. Parlano soprattutto i talebani pachistani, i soli a conoscere un po’ di inglese. Prima della guerra, quando ancora erano in Pakistan, erano studenti, contadini, piccoli commercianti.

 

 Torture afgane

Testimonianze dalla base Usa di Grishk

Dopo l’Iraq, l’Afghanistan. Lo scandalo dei prigionieri di guerra torturati dai soldati statunitensi sta scoppiando anche sul fronte orientale della guerra globale di Bush al terrorismo. O che almeno così era nata, dato che ormai sta prendendo la piega di una spedizione punitiva verso i popoli musulmani, che nulla ha a che vedere con l’esportazione della democrazia e dei diritti umani. Una realtà che, qui in Afghanistan, non costituisce certo una novità eclatante. Basta parlare con la gente che abita intorno alle basi militari americane per capire che tutti sanno.

Il dottor Nur Ahmad Nurani dirige una clinica medica a Grishk, due ore di jeep a ovest di Kandahar, ai margini del grande deserto del Registan. Terre pashtun, patria dei talebani, che qui, nelle aree rurali, fuori dalle città controllate dal governo centrale, sono ancora i padroni della situazione. Per questo, qui a Grishk gli americani hanno installato una loro piccola base, poco fuori dal centro abitato. Nell’annessa prigione vengono rinchiusi gli afgani catturati per sospetti legami con i talebani o con al-Qaeda.

A Grishk, il dottor Nurani è un uomo rispettato e che, per questo e per il lavoro che fa, viene a sapere tutto quello che succede nei paraggi. Tra i suoi amici e pazienti ci sono alti ufficiali afgani che lavorano nella base Usa e persone che sono andate a curarsi da lui dopo la scarcerazione. Appoggiato ai cuscini stesi lungo le pareti della sala da pranzo di casa sua, nel centro della cittadina, Nurani inizia il suo racconto, parlando un inglese lento ma deciso.

“Molta gente di qui, una volta rilasciata dagli americani, viene da me. Per le ecchimosi che hanno sul corpo, causate da calci e pugni ricevuti dai soldati americani durante la detenzione. Mi dicono che i maltrattamenti fisici sono la normalità. Non riescono a dormire per il dolore. Io prescrivo loro degli analgesici. Ma quello che più li segna sono le torture psicologiche. Mi raccontano che appena arrivano in prigione, vengono completamente spogliati, incappucciati, ammanettati e lasciati per due giorni così, in recinti all’aperto, esposti al caldo torrido di questa stagione, o al freddo rigido dei mesi invernali, senza cibo e senza acqua”.

“Sono sconvolti, agitati, mi chiedono dei calmanti”, dice il dottor Nurani con l’espressione di chi sa che non bastano le medicine per curare certe ferite. “Questi racconti mi sono stati confermati da un mio caro amico – afferma Nurani –, il responsabile locale della sicurezza, un alto ufficiale della polizia afgana che lavora nella base americana. Mi ha detto che i prigionieri vengono picchiati, maltrattati e umiliati. Trattati come bestie”.

“E quel che è peggio – si infervora Nurani – è che questa gente non ha niente a che fare con i talebani o con al-Qaeda. Io li conosco: lo so. Vengono indicati dalle spie afgane che collaborano con i militari Usa, spesso ex prigionieri che si sono guadagnati così la libertà. Li denunciano per semplici motivi di antipatia personale, dicendo che sono terroristi. O peggio ancora perché si tratta di persone abbastanza benestanti. Perché il vero scopo di questi arresti è l’estorsione. Il mio amico che lavora con gli americani nella base mi ha detto di aver visto con i suoi occhi gli ufficiali Usa mettersi in tasca i soldi pagati dai parenti dei detenuti in cambio del rilascio. Chi viene riscattato esce. Chi non se lo può permettere viene schedato come terrorista e trasferito in altre prigioni”.

“Questa pratica, che nulla ha a che fare con la guerra al terrorismo, è dimostrata anche da tanti racconti di persone. Un locale comandante dei talebani è stato arrestato dagli americani e portato alla base di Grishk. Ma la sua famiglia, molto ricca, ha pagato il prezzo stabilito dagli ufficiali Usa per la sua liberazione: 25 mila dollari. E non solo: i militari americani rubano anche i soldi durante le perquisizioni nelle case di sospetti. Mio cugino, quattro o cinque mesi fa, ha ricevuto una notte la visita dei soldati Usa. Sono entrati in casa sua, l’hanno messa tutta sotto sopra e, alla fine, se ne sono andati. Dai cassetti erano spariti l’equivalente di 20 mila dollari. La stessa notte un suo vicino ha subito la stessa visita, ma evidentemente non hanno trovato soldi e se lo sono portati nella prigione di Grishk. Dato che nessuno ha pagato il riscatto lo hanno trasferito prima a Ghazni, poi a Bagram, infine a Guantanamo”.

Leone Roberto

Paggin Alberto

Bordin Luca

4'A/mc

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 




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