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Durante la ricerca svolta sulle guerre
nell'Asia centrale e nel Medio Oriente abbiamo trovato le seguenti regioni :
Iraq
Palestina
Afghanistan
Israele
Paesi Arabi dal Marocco - Arabia Saudita
Miemien - Turchia
Waziristan in Pakistan
In questo link abbiamo voluto
suffermarci sulla Cecenia.
Conflitto
in corso in cecenia(Russia)

Ordinamento politico: Repubblica
presidenziale
Capitale: Grozny
Superficie: 15.300 Kmq (come l'Umbria)
Popolazione: 800.000 (1,2 milioni prima della guerra), 70% ceceni, 20% russi,
10% inguscezi
Religione: 80% musulmani sunniti, 20% cristiani ortodossi
Alfabetizzazione: n.d.
Mortalità infantile: 350 per mille (Italia: 5,7 per mille)
Speranza di vita: n.d.
Popolazione sotto la soglia di povertà: n.d.
Prodotti esportati: petrolio e gas naturale
Debito estero: n.d.
Spese militari: n.d.
GEOGRAFIA
La Cecenia, ufficialmente parte
integrante della Federazione Russa, si estende sulle pendici settentrionali
della catena montuosa del Caucaso, digradando verso nord in altipiani e pianure.
Confina a sud con la Georgia, a est e a nord con la regione russa del Daghestan,
a nord-ovest con la regione di Stavropol e a ovest con la regione dell’Inguscezia.
ECONOMIA
La Cecenia è ricca di
petrolio. I suoi giacimenti, concentrati nel distretto della capitale Grozny,
producono circa 4 mila tonnellate di petrolio al giorno. Notevoli anche i
giacimenti di gas naturale. Ma più che per le sue risorse la Cecenia è
importante, dal punto di vista di Mosca, perché sul suo territorio passano due
strategici oleodotti russi che portano il greggio e il gas del Mar Caspio al
terminal di Novorossisk sul Mar Nero. Non controllare la Cecenia significherebbe
per la Russia perdere il controllo sul commercio petrolifero. Non meno
importante è il fatto che per la Cecenia passano anche linee stradali e
ferroviarie che costituiscono il principale asse di comunicazione commerciale
est-ovest attraverso le regioni caucasiche della Federazione Russa.
POLITICA
Il Cremlino, soprattutto dopo l'11
settembre 2001, non ha mostrato nessuna volontà di dialogo con i separatisti,
inseriti nelle liste dei terroristi internazionali per i loro presunti legami
con Al-Qaeda e accusati da Mosca di essere privi di qualsiasi sostegno popolare.
I sequestri del teatro Dubrovka (ottobre 2002) e quella della scuola di Belsan
(settembre 2004) - conclusisi entrambi in un bagno di sangue dopo l'intervento
delle forze speciali russe - non hanno fatto che peggiorare la situazione.
Putin è deciso a non concedere alla regione
nulla più di un'autonomia limitata, come quella presentata ai ceceni nel marzo
2003 in un referendum svoltosi in un clima di intimidazione e brogli e ribadita
dalla farsa delle elezioni presidenziali dell’ottobre 2003, vinte dall’uomo di
mosca, Akhmed Kadyrov ma non riconosciute dall’Osce. Kadyrov viene poi
assassinato nel maggio 2004, e al posto suo viene eletto nel settembre 2004 con
un altro voto farsa Alu Alkhanov, suo ministro degli Interni.
I separatisti continuano a chiedere il ritiro degli 80 mila militari russi,
l'invio dei caschi blu dell'Onu e l'indipendenza totale della Cecenia. Ma Mosca
non ha alcuna intenzione di rinunciare ai suoi interessi petroliferi nella
regione né a mostrarsi debole davanti ad altri potenziali secessionismi.
SOCIETA'
I ceceni vivono nella
miseria e nel terrore. Il sostegno popolare alla guerriglia separatista islamica
è debole, non per motivi ideologici (l’odio verso i russi è un dato di fatto) ma
perché ad ogni azione dei mujaheddin ceceni l’esercito russo risponde con
rappresaglie contro i civili. Le operazioni di rastrellamento condotte nei
villaggi del sud dai corpi speciali di Mosca, i famigerati “Omon”, danno luogo a
gravissime violazioni dei diritti umani: violenze fisiche, torture, arresti di
massa, sparizioni, esecuzioni sommarie, stupri, saccheggi.
STORIA
E' dalla fine del Settecento che i ceceni combattono
contro le varie incarnazioni storiche del colonialismo russo.
Nel 1859, dopo oltre mezzo secolo di resistenza armata, la Cecenia viene annessa
all'Impero zarista.
Subito dopo la rivoluzione bolscevica del 1917 questa piccola regione conosce un
breve periodo di indipendenza con la creazione della "Repubblica delle
Montagne". Ma l'Armata Rossa viene subito inviata schiacciare i
secessionisti, che oppongono resistenza fino al 1921, quando la
Cecenia-Inguscezia viene annessa all'Urss.
Il 23 febbraio del 1944 Stalin deporta in Asia centrale 600 mila ceceni: quasi
200 mila muoiono durante il trasporto nei vagoni-bestiame.
Dopo il collasso dell'Urss nel 1991, il
presidente ceceno Djokhar Dudayev dichiara l'indipendenza dell'ex repubblica
sovietica.
Inizialmente Mosca non presta molta attenzione alla questione cecena. Le cose
cambiano quando, nel settembre 1994, le compagnie petrolifere occidentali
firmano con il governo dell'Azerbaijan un contratto storico da 7,5 miliardi di
dollari per lo sfruttamento del petrolio del Mar Caspio. Questo accordo,
definito dagli esperti "il contratto del secolo", prevde la costruzione di
oleodotti che trasportano il petrolio caspico dalle coste azere (Baku) ai
mercati occidentali lungo due vie: verso il porto di Supsa, sulla costa
gerogiana del Mar Nero, e verso quello di Ceyhan, sulla costa turca del
Mediterraneo.
Per non venire tagliata fuori dalla
commercializzazione del petrolio caspico, la Russia decide di correre ai ripari
costruendo un suo oleodotto che parta da Baku e, dirigendo verso nord attraverso
il Deghestan e la Cecenia, arrivi fino al porto russo di Novorossiysk, sul Mar
Nero. Di qui la necessità di riprendere il controllo del territorio ceceno, e
l'inizio, l'11 dicembre 1994, della 'prima guerra cecena'. I bombardamenti su
Grozny e sulle altre città fanno strage di civili, vittime anche di esecuzioni
di massa e violenze e abusi di ogni genere. Oltre 100 mila ceceni rimangono
uccisi, più del doppio si rifugiano in Inguscezia. La resistenza cecena mette in
forte difficoltà le truppe russe inviate da Boris Eltsin, che registrano
fortissime perdite. Nell'aprile 1996 il presidente ceceno Dudayev viene ucciso
da un missile russo, ma pochi mesi dopo le truppe cecene comandate dal generale
Aslan Mashkadov riconquistano Grozny costringendo i russi alla resa e a
un'umiliante ritirata.
Nel 1997 Maskhadov viene eletto presidente della
Cecenia in votazioni ritenute regolari dagli osservatori dell'Osce. Il Cremlino,
pur di costruire il suo oleodotto, scende a patti con la leadership cecena. E ci
riesce. Ma presto la nuova Cecenia indipendente diventa un covo della
criminalità organizzata, la quale si arricchisce con il contrabbando del
petrolio sifonato clandestinamente dalle nuove condutture. Molti ritengono che
sia stato questo dannosa situazione, e il desiderio di rivalsa, a spingere il Cremlino
a reinvadere la Cecenia il 1° ottobre 1999. Ma sembra più probabile che la
'seconda guerra cecena' sia stata concepita dall'allora astro nascente della
poltica russa, l'ex agente del Kgb Vladimir Putin, per unire attorno alla sua
figura l'opinione pubblica russa.
Come pretesto per sferrare un nuovo attacco alla Cecenia, Putin utilizza
l'incursione in Daghestan delle milizie islamiche del comandante ceceno Basayev
(vecchia conoscenza dei servizi segreti russi) nell'agosto '99 e i tremendi
attentati del settembre '99 che, con lo scoppio di quattro palazzi a Mosca,
Volgodonsk e Buinaksk, provocano la morte di quasi 300 civili russi. Si scoprirà
poi la mano dei servi dell'Fsb (ex Kgb) dietro a queste stragi, volte a creare
un clima di tensione e di allarme e a promuovere un forte sentimento
nazionalista anti-ceceno. La nuova guerra si rivela ancor più devastante della
precedente, trasfromandosi in un vero e proprio genocidio. L'esercito russo è
accusato dalle associazioni umanitarie locali e internazionali di violare
sistematicamente i diritti umani della popolazione cecena, compiendo attacchi
indiscriminati contro i civili, saccheggi e distruzioni di villaggi, arresti di
massa, prese d’ostaggi, stupri e torture, esecuzioni extragiudiziali. Dopo aver
raso al suolo e riconquistato Grozny, i russi esautorano il presidente Mashkadov,
instaurando un governo filo-russo guidato da Akhmed Kadyrov.
Dopo l'11 settembre 2001 Putin non si lascia
sfuggire l'opportunità di cavalcare l'onda della guerra americana al terrorismo
per intensificare le operazioni belliche contro i "terroristi ceceni",
sospettati di ricevere sostegno finanziario e militare da Osama Bin Laden. In
realtà la guerriglia di resistenza cecena non ha un carattere religioso. Questo
è proprio solo delle formazioni capeggiate dall'ambiguo Shamil Basayev, da molti
ritenuto un pazzo sanguinario manipolato dai servizi russi, con scarso seguito
poltico ma fondamentale peso militare. Le sue brigate sono le meglio armate e
le meglio organizzate, grazie ai finanziamenti e ai rifornimenti di armi
provenienti dai paesi arabi. Solo questo, non la religione, fa sì che i giovani
ceceni che decidono di entrare nella guerriglia si arruolino sotto Basayev. E'
per questo stesso motivo che Mashkadov, religiosamente moderato e contrario al
ricorso alle azioni terroristiche sostenute invece da Basayev, non si può
permettere di rompere l'alleanza con lui: farlo significherebbe rompere il
fronte di resistenza e privarsi della suo componente più efficace. Ma molto
osservatori internazionali osservano che solo smarcandosi da questa scomoda
alleanza la lotta di resistenza cecena potrà rendersi a pieno titolo immune da
ogni accusa di terrorismo e fondamentalismo.
Dal '99 ad oggi la guerra ha causato altri
100 mila morti e 300 mila profughi ceceni. Migliaia anche le perdite
dell'esercito russo, bersaglio di quotidiane azioni di guerriglia dei ceceni,
che colpiscono i convolgi militari con ordigni telecomandati. Il sequestro al
teatro Dubrovka di Mosca nell'ottobre 2002, finito in tragedia dopo l'intervento
delle forze speciali russe, non ha fatto altro che giustificare agli occhi del
mondo la continuazione della guerra di Putin. L'azione è stata rivendicata dal
solito Basayev, ma anche questa volta sembra esserci stato lo zampino dell'Fsb,
che avrebbe saputo e avrebbe permesso che l'azione andasse in porto. Nel 2003
Mashkadov ha proposto un piano che prevede l'intervento dell'Onu, che
amministrerebbe la Cecenia per un periodo non breve, fino a libere elezioni. Il
piano ha ricevuto il sostegno del Parlamento europeo, ma Putin rifiuta ogni
dialogo, tanto più dopo il nuovo attentato alla metropolitana di Mosca del
febbraio 2004.
Aslan Maskhadov è morto. La notizia non
è ancora stata confermata da fonti indipendenti, solo l’agenzia russa Interfax
ne ha parlato, ma il super ricercato leader ceceno sarebbe stato ucciso durante
un’operazione militare delle forze russe nel nord del Caucaso. 
Maskhadov era stato legittimamente
eletto presidente nel gennaio 1997, ma quando due anni dopo le forze russe
invasero la Cecenia per reprimere le spinte indipendentiste, si trovò alla guida
delle forze separatiste.
Il portavoce delle forze armate russe
nella regione ha confermato l’uccisione, specificando che l’azione si sarebbe
svolta in un villaggio a nord di Grozni. Secondo il portavoce Maskhadov è stato
trovato mentre si nascondeva in un bunker poco fuori dal villaggio. Il
presidente Putin, che ha commentato con soddisfazione la notizia dell’uccisione
del leader ceceno ha sottolineato che in Cecenia resta ancora molto da fare,
invitando gli organi competenti a verificare l’identità dell’ucciso. L’autorità
filorussa in Cecenia ha subito confermato la notizia, mentre il vicepresidente
ceceno Ramzam Kadyrov annunciava prossima restituzione della salma alla
famiglia.
Aslan Maskhadov iniziò la sua carriera
militare nell’armata russa, ma dopo il collasso dell’Unione Sovietica divenne
ufficiale delle milizie ribelli al seguito dell’ex presidente ceceno Dzhokhar
Dudayev, delle quali divenne il comandante. Era lui alla guida della resistenza
cecena quando nel ’95 respinse l’esercito russo fuori da Grozni.
Nel 1999, quando truppe cecene guidate
da Maskhadov sconfinarono in Daghestan, Mosca lo accusò di avere perso il
controllo delle sue truppe. Maskhadov chiamò i cittadini alla resistenza e Mosca
per reazione ritirò il riconoscimento alla sua presidenza, bollandolo come
terrorista, e impedì la sua candidatura nelle elezioni del 2003 e del 2004.
Le autorità russe lo hanno ritenuto
responsabile per numerosi attacchi terroristici, tra cui la strage nella scuola
di Beslan dello scorso settembre e l’assedio al teatro moscovita del 2002, ma
lui ribadì la sua condanna agli attacchi contro civili accusando Putin delle
atrocità commesse in Cecenia.
Nel
Febbraio 2005, Maskhadov ha dichiarato un cessate il fuoco e fatto pressione
perché il Cremilino lo accettasse: non ci sono state risposte e la stessa
leadership cecena aveva cominciato a chiedere che si facesse da parte.
Alla
scadenza della tregua, senza che il Cremlino abbia accolto l’invito al negoziato
rivoltogli dal leader indipendentista Aslan Maskhadov e sostenuto dai
manifestanti pacifisti russi nelle piazze di Mosca. Al contrario, i generali
russi e il presidente Vladimir Putin hanno lanciato nuovi proclami di guerra che
non lasciano intravedere alcun futuro di pace, non solo per la Cecenia ma per
tutte le repubbliche del Caucaso del Nord.
Il
bilancio della tregua. Nonostante la propaganda ufficiale del Cremlino
sostenga il contrario, il cessate il fuoco è stato ampiamente rispettato dai
guerriglieri ceceni: “In queste settimane c’è stato una sostanziale cessazione
dell’attività militare da parte dei ribelli”, ha detto Arkady Baskayev, della
Commissione Difesa della Duma. “In questo ultimo mese Grozny è stata calma, non
ci sono stati attacchi e nessuno dei nostri ragazzi è stato ferito”, ha
dichiarato un ufficiale delle forze speciali russe nella capitale cecena.
In compenso, le forze russe e le forze cecene collaborazioniste non hanno mai
interrotto le loro attività ai confini con il Daghestan, dove sono proseguiti i
bombardamenti e le operazioni militari. Dal primo al 22 febbraio si sono
registrati decine di rastrellamenti. Tutto ai danni di civili ceceni, la cui
unica colpa è quella di abitare in un’area in cui la guerriglia ha le sue
roccaforti.
“Tre
ceceni per ogni russo ucciso”. La prima e unica violazione della tregua
da parte cecena è avvenuta quasi al suo scadere, lunedì sera, quando - secondo
la versione russa - cinque guerriglieri hanno attaccato un edificio abbandonato
alla periferia sud di Grozny dove si erano acquartierati alcuni soldati russi,
uccidendone nove.
Putin
chiama alla guerra. A
confermare che la Russia non coltiva nessuna prospettiva di pace per la Cecenia,
in contemporanea con le dichiarazioni del generale Surovikin, a Mosca il
consigliere del presidente Vladimir Putin per il Caucaso del Nord, Aslambek
Aslakhanov, metteva una pietra tombale su ogni possibilità di dialogo con il
leader indipendentista ceceno, affermando che “nessuno ha il diritto morale di
intavolare un dialogo di pace con un terrorista come Mashkadov”.
E Putin ha rincarato la dose, dichiarando che la Russia deve essere “ancora più
dura” nel combattere i “banditi islamici”, non solo in Cecenia ma in tutte le
repubbliche russe del Caucaso settentrionale, continuando a compiere operazioni
militari come quella, secondo Putin “esemplare”, a Nalchik, in
Cabardino-Balcaria, dove centinaia di soldati delle forze speciali russe hanno
usato i carri armati e i gas tossici per eliminare tre estremisti che si erano
barricati in un appartamento.
In Cecenia non solo russi
e indipendentisti: c'è una terza forza che terrorizza la popolazione
Nonostante
i numerosi appelli internazionali rivolti a Putin, sia la tregua unilaterale
proclamata dagli indipendentisti ceceni che la loro richiesta di apertura di un
negoziato con Mosca sono state completamente ignorate dal Cremlino.
L’esercito russo e i
loro alleati ceceni continuano a compiere operazioni militari anti-guerriglia e
rastrellamenti nei villaggi, anche se sembrano cessati i bombardamenti
d’artiglieria sulle roccaforti della resistenza nelle foreste delle montagne del
sud della Cecenia.
Ma in campo c’è una terza forza militare ‘indipendente’ che sfugge alla logica
bipolare di questa guerra e quindi di qualsiasi possibile tregua o accordo di
pace. E soprattutto una forza che semina il terrore tra la popolazione civile
cecena più di quanto già non facciano i soldati russi.
A
quel tempo gli uomini di Ramzan (migliaia, nessuno sa esattamente quanti)
costituivano la guardia presidenziale del padre e si dedicavano al lavoro sporco
per conto dei russi: spedizioni punitive, sequestri, torture, stupri, omicidi,
estorsioni. In una parola, il loro compito era terrorizzare la popolazione
civile cecena per dissuaderla dal collaborare con la resistenza.
Le loro azioni,
oltre ad essere particolarmente efferate, erano sempre molto efficaci poiché
sapevano dove e come colpire,
Lo
scontro con il nuovo presidente. Dopo l’assassinio
di Kadyrov, il nuovo presidente Alu Alkhanov ha cercato di ridimensionare lo
strapotere di questa formazione militare, giudicata troppo autonoma e
difficilmente controllabile. Ne ha perfino ventilato lo scioglimento. Ma il
giovane e spregiudicato Ramzan Kadyrov ha reagito sfidando Alkhanov e i suoi
stessi protettori russi. Dopo aver dichiarato che “la guardia presidenziale non
verrà mai sciolta”.
I kadyroviti hanno
quindi intensificato la loro guerra terroristica contro i ceceni, portandola
avanti in proprio, e ne hanno iniziata un’altra contro le autorità di Grozny e
di Mosca. Ramzan Kadyrov si è trasformato così in un signore della guerra, un
mafioso che agisce con l’unico scopo di rafforzare il proprio potere personale.
Responsabili del 75% dei crimini.
75 per cento dei crimini commessi attualmente
in Cecenia sono opera dei kadyroviti. La popolazione in Cecenia ormai ha più
paura dei kadyroviti che dei soldati russi perché, essendo ceceni anch’essi,
conoscono ogni villaggio e ogni famiglia e sanno meglio dei russi come
perseguitare la gente del posto. Anche per questo, per timore
di sicura rappresaglia, i loro crimini non vengono denunciati. Se ad esempio una
persona viene rapita da militari russi, la sua sparizione viene denunciata; se
invece il sequestro è opera dei kadyroviti nessuno dice nulla e cerca di
risolvere la questione privatamente. Questo è il motivo per cui le statistiche
ufficiali sulle sparizioni di civili sono così rosee. I kadyroviti rappresentano
il maggiore problema della Cecenia di oggi”.
Una
guerra per il potere locale.
Sul fronte opposto, Ramzan Kadyrov sta portando avanti una vera e propria guerra
di conquista del potere a livello locale imponendo con la forza propri uomini al
posto dei funzionari del governo Alkhanov, che vengono rimossi con la minaccia
delle armi.
“E’ quanto accaduto, per esempio, all’inizio di febbraio a Vedeno quando
centinaia di kadyroviti hanno occupato la cittadina e tutti i villaggi del
distretto seminando il terrore tra la popolazione e dando 24 ore di tempo al
locale comandante della polizia e ad altri dodici funzionari per dare le
dimissioni, pena la denuncia per collaborazionismo con i ribelli. Tutti hanno
ceduto, e al loro posto sono stati istallati uomini fedeli a Ramzan Kadyrov. La
stessa cosa è successa pochi giorni prima ad Argun, dove i kadyroviti hanno
rimosso addirittura il sindaco, mettendo al suo posto uno dei loro”.
Kadyrov, come un qualsiasi mafioso che cerca di mettersi in proprio, vuole
garantirsi il controllo diretto del territorio per portare avanti indisturbato
il suo business del terrore: sequestri a scopo d’estorsione, saccheggi, racket
sul contrabbando del petrolio.
Leone Roberto
Paggin Alberto
Bordin Luca
4'A/mc
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