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IRLANDA DEL NORD

-Generalità
Ordinamento: una delle quattro
province del Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda del Nord
Capitale: Belfast
Lingua: inglese (ufficiale) e
irlandese (solo in alcune aree rurali a popolazione cattolica)
Religione: protestanti (53%)
cattolici (43%)
Spese militari: nessuna, la sua
difesa dipende da Londra
-STORIA
L’Irlanda fu invasa per la prima volta dagli inglesi nel 1170. Nei secoli
successivi l’isola, abitata da popolazioni gaeliche da tempo convertite al
cattolicesimo, si mantenne relativamente autonoma da Londra, i cui tentativi di
istituire un governo centrale si scontrarono col controllo politico esercitato
dai clan locali. L’egemonia dei clan celtici era più forte nelle nove contee che
formavano l’Ulster, una delle quattro province storiche irlandesi, nel nord-est
dell’isola. All’inizio del Seicento, gli inglesi favorirono l’insediamento di
coloni scozzesi protestanti, che si riversarono in gran numero nell’Ulster,
appropriandosi della grande maggioranza delle terre. Così, già nel 17° secolo i
semi del confitto erano stati piantati. Gli abitanti originari dell’Ulster si
videro privati della loro terra, soggiogati dai nuovi arrivati, la cui lingua,
religione, cultura e struttura sociale erano completamente diverse. Gli
irlandesi del nord, nel giro di qualche generazione, diventarono stranieri in
casa propria.
Cominciarono così secoli di segregazione sociale e politica. Nell’Ottocento,
quando cominciò ad emergere l’idea dell’Home Rule, una forma limitata di
autogoverno per l’Irlanda, si pose il problema di cosa fare con l’Ulster. Le
aspirazioni opposte di protestanti e cattolici sfociarono nel 1920 nel
compromesso della partition, la divisione tra uno Stato Libero d’Irlanda a sud,
composto da 26 contee e quasi esclusivamente cattolico, e l’enclave protestante
dell’Irlanda del Nord, formata da sei contee dell’Ulster, che rimaneva parte del
Regno Unito.
Dal 1921 al 1972, il governo delegato
dell’Irlanda del Nord fu appannaggio esclusivo dei partiti protestanti. La
minoranza cattolica, che mai aveva accettato la partition, non aveva voce in
capitolo nell’amministrazione della provincia, e veniva sistematicamente
discriminata nell’assegnazione dei posti di lavoro e degli alloggi popolari.
Alla fine degli anni Sessanta le
tensioni sociali tra le due comunità si acuirono, dando inizio ai cosiddetti
Troubles, trent’anni di sangue nei quali scontri da guerra civile si alternarono
a tregue e a negoziati per raggiungere la pace, culminati nel Good Friday
Agreement (Accordo del Venerdì Santo) del 10 aprile 1998, che introdusse un
sistema di governo multipartitico e ampie garanzie alla minoranza cattolica,
precisando che un eventuale cambiamento dell’assetto costituzionale dell’Irlanda
del Nord dovrà essere approvato dalla maggioranza dei suoi abitanti. L’assemblea
di Stormont, sospesa dal 1972, venne così ristabilita, questa volta però con la
divisione dei poteri tra i rappresentanti delle due comunità.
Nonostante sia stato ratificato dal 74
per cento degli abitanti, l’Accordo rimane in discussione. Gli unionisti più
intransigenti guardano con diffidenza all’inserimento dello Sinn Fein nel
processo democratico, e la questione del disarmo totale da parte dell’Ira rimane
all’ordine del giorno: gli unionisti pretendono prove fotografiche dell’avvenuta
distruzione dell’arsenale, i repubblicani nicchiano per evitare un’umiliazione e
per non privarsi così facilmente di un’ambiguità che costituisce per loro una
carta da giocare.
Dopo l’attribuzione all’Ira di un furto
di documenti segreti, nell’ottobre 2002 l’assemblea di Stormont è stata di nuovo
sospesa. Le elezioni dell’autunno 2003 hanno visto predominare i partiti più
estremisti nei rispettivi campi: il Dup e lo Sinn Fein. Paradossalmente, verso
la fine del 2004 una nuova intesa pareva possibile. Ma una colossale rapina di
denaro contante alla Northern Bank di Belfast nel dicembre 2004, attribuita
dalla polizia all’Ira, sembra avere riportato i negoziati indietro di parecchi
mesi.
-SOCIETA'
L’Irlanda del Nord è la regione meno
secolarizzata d’Europa. Più della metà della popolazione va a Messa ogni
settimana, contro il 15 per cento del resto del Regno Unito. Sono rari i
matrimoni civili, e l’Ulster è la regione del Regno Unito con il tasso più basso
di bambini nati da coppie non sposate.
Sebbene gli abitanti dell’Ulster, da
cittadini britannici, votino per eleggere i propri rappresentanti a Westminster,
in Irlanda del Nord il partito conservatore e il partito laburista sono
praticamente inesistenti.
I partiti principali si dividono in due
gruppi: unionisti e nazionalisti, che prendono la gran parte dei loro voti
rispettivamente dai protestanti e dai cattolici. Per gli unionisti l’Irlanda del
Nord è un’entità che storicamente, politicamente e culturalmente fa parte del
Regno Unito, e tale deve rimanere. L’unionismo è fondamentalmente un’ideologia
di resistenza, basata sulla difesa dello status quo e caratterizzata da una
mentalità dell’assedio. Dichiara la sua fedeltà alla Corona, e al governo
britannico chiede in cambio di assicurare costituzionalmente l’appartenenza
dell’Ulster al Regno Unito. In definitiva, l’unionismo è una forma estrema di
nazionalismo britannico. L’esibizione della “britannicità” è evidente in molti
quartieri protestanti, dove l’Union Jack sventola sulle case e persino i
lampioni sono di colore bianco, rosso e blu. Quando i nazionalisti irlandesi si
risvegliano, gli unionisti reagiscono, ergendosi a difensori dell’Ulster nel
Regno Unito.
I nazionalisti aspirano invece alla
creazione di un’Irlanda indipendente unita, a maggioranza cattolica, ma che
rispetti la minoranza protestante. Considerano la partition del 1920 una
soluzione illogica e ingiusta, che fu pensata peraltro come misura temporanea.
Il nazionalismo tenta dunque di porre rimedio a un torto subito dal popolo
irlandese, insistendo sul suo diritto all’autodeterminazione. Nell’attesa
dell’unità irlandese, considerata storicamente inevitabile, i nazionalisti
chiedono il riconoscimento della “irlandesità” della minoranza cattolica.
Tuttavia, riconoscono la legittimità della cultura britannico-protestante.
Considerano il terrorismo uno strumento sbagliato e controproducente per il
popolo irlandese, perché allarma gli unionisti e ostacola il raggiungimento
dell’unità dell’isola. I nazionalisti che considerano legittimo l’uso della
forza militare per arrivare all’obiettivo di un’Irlanda unita e democratica sono
detti repubblicani. Era la tradizionale posizione del terrorismo dell’Irish
Republican Army (Ira): la guerra vista come l’unica via per cacciare il nemico
coloniale e imperialista, che da secoli impediva lo sviluppo sociale, economico
e culturale del popolo irlandese. Chi collaborava con il governo britannico era
considerato un traditore. Ora, i moderni repubblicani hanno messo da parte
l’idea della guerra di liberazione e si sono avvicinati al nazionalismo
costituzionale, ma molti di loro considerano ancora la presenza britannica
sull’isola come un’occupazione coloniale.
-DOCUMENTI
- 20.10.2004
PARTI IN CONFLITTO
1968-OGGI: guerriglieri indipendentisti
cattolici dell'Esercito Repubblicano Irlandese (IRA) e del Sinn Féin contro
l’esercito britannico e diversi gruppi paramilitari lealisti protestanti tra cui
l’Associazione per la Difesa dell'Ulster (UDA), le Forze Combattenti dell'Ulster
(UFF), le Forze Volontarie dell'Ulster (UVF) e i Volontari Arancioni.
VITTIME
In quarant’anni di conflitto sono circa
3600 le vittime accertate.
RISORSE CONTESE
L'orientamento politico e religioso del
territorio è conteso tra le parti.
FORNITURA ARMAMENTI
Il governo britannico usa armi proprie e
le fornisce anche ai paramilitari lealisti; i guerriglieri dell'IRA ne hanno
ricevute dalla Palestina, dal PKK curdo, dall'ETA basca e dai trafficanti
dell'est europeo.
SITUAZIONE ATTUALE
Dopo il cessate il fuoco dichiarato
dall'IRA nel luglio 1997 e gli accordi di pace dell'aprile 1998, le violenze
sono continuate tra i dissidenti repubblicani oltranzisti del Real Ira e i
gruppi paramilitari lealisti. L’Assemblea nord-irlandese è stata più volte
sospesa da Londra e l’accordo di pace ha rischiato ripetutamente di saltare per
il rifiuto dell’IRA di dichiarare ufficialmente conclusa la fase della lotta
armata. Le elezioni della nuova Assemblea, tenutesi nel novembre 2003, hanno
evidenziato un aumento dei consensi per i due partiti più radicali del panorama
poltico nord-irlandese: il Sinn Fein (il braccio politico dell'Ira) e il DUP
(partito di riferimento protestante), che hanno scavalcato entrambi i partiti
fautori dell'Accordo del Venerdì Santo 1998, l'UUP (protestante moderato) e l'SDLP
(cattolico moderato). Ad oggi le tensioni non sono diminuite, nonostante l’avvio
del processo di disarmo dell’IRA che trova riserve tra i protestanti e il
governo inglese.
- 09.7.2004
IL GIORNO IN CUI TUTTO SI FERMA
Nell'Ulster il 12 luglio è la ricorrenza
principale per i protestanti. E la tensione è alle stelle
Il gran giorno per i protestanti
dell’Irlanda del Nord sta arrivando, con gli stessi prevedibili rituali di
sempre. A Belfast e in tutte le altre città dell’Ulster sono quasi pronte le
enormi pire che nella notte tra domenica e lunedì verranno date alle fiamme per
ricordare la vigilia della vittoriosa battaglia del re protestante Guglielmo III
d’Orange contro il re cattolico inglese Giacomo II nella battaglia del Boyne del
12 luglio 1690, che sancì il predominio dei coloni scozzesi e inglesi
(protestanti) sui nativi irlandesi (cattolici). La notte dei falò e la grande
parata del “glorioso giorno 12” rappresentano il momento clou della stagione
delle marce, il momento in cui il passato torna puntuale ogni anno, lasciando ad
un futuro diverso solo lo spazio riservato ai sogni.
La memoria, in Irlanda del Nord, ha un
peso enorme. Le cerimonie per onorarla sono sacre, considerate intoccabili da
chi le sente sue, e ovviamente vituperate dall’altra parte. La bonfire night, la
notte dei falò, è l’esempio più clamoroso di questo atteggiamento. Ogni
quartiere protestante di ogni città nordirlandese innalza enormi cataste di
legno, pneumatici e qualunque cosa che non serve più e si può bruciare. Fanno
così perché così fecero i coloni di Belfast quando re Guglielmo entrò trionfante
in città, così – come con le marce delle logge orangiste – rendono grazie a Dio
perché l’Ulster è ancora in maggioranza protestante. Ma, per quanto sia
pittoresco lo spettacolo di Belfast illuminata dai tanti fuochi notturni, quelle
pire emanano anche un puzzo tremendo e rilasciano una quantità pazzesca di
sostanze tossiche e cancerogene. Le statistiche dicono che c’è più inquinamento
a Belfast nella notte dei falò che in tutti gli altri giorni dell’anno messi
assieme.
Per non parlare del problema della
sicurezza. Vicino a quelle cataste brucianti alte decine di metri giocano i
bambini, a volte le fiamme si espandono danneggiando edifici vicini, e una
settimana dopo sotto la pila di rovine fumanti il fuoco è ancora vivo. Eppure,
di abolire l’insana usanza non si parla proprio. E’ una battaglia persa in
partenza, la comunità protestante è costantemente sulla difensiva ogni qual
volta si parla di modificare anche aspetti minori delle sue cerimonie, figurarsi
di questa. La vittoria del passato sulle leggi di oggi è stata riconosciuta
recentemente anche da Hugh Orde, il capo della polizia nordirlandese (in passato
un rigido feudo protestante, ora aperto anche ai cattolici ma comunque da molti
di loro tuttora odiata): “Non c’è una soluzione legale a questo problema, è
impossibile fare rispettare la legge”, ha detto.
Non si tocca la notte dei falò perché è
impossibile non rimanere scottati, insomma. Se a qualche tutore della legge
saltasse in testa di vietare i fuochi, si ritroverebbe contro tutti i gruppi
paramilitari protestanti, nessuno escluso. E lo stesso discorso vale per la
marcia del 12 luglio, che come per i falò si svolgono in tutte le città
dell’Ulster. Qui non c’è niente di dannoso per la salute, a parte gli svariati
litri di birra che ogni buon protestante ingurgita per fare baldoria con i suoi
amici. Ma come per tutte le parate nordirlandesi è controversa, perché i
cattolici la vedono come il trionfo della retorica dei dominatori, che fanno di
tutto per ribadire chi comanda in Irlanda del Nord.
Il 12 luglio è la festa per eccellenza
della comunità protestante: intere famiglie aspettano questo giorno per il suo
valore simbolico e per divertirsi in compagnia, anche qui seguendo un rituale
prestabilito. Già nelle prime ore della mattina le strade lungo cui passerà la
parata vengono occupate con sedie portatili da chi non vuole perdersi neanche un
minuto della marcia. L’Orange Order, l’istituzione nata a fine Settecento e che
nel corso degli anni ha formato generazioni di protestanti,
sfila in tutta la sua potenza: 1.500
logge, più di 80mila uomini, tutti vestiti in giacca, tutti con una bombetta in
testa, tutti con una fascia rigorosamente arancione a tracolla, accompagnati
dalla musica delle bande scandita dagli immancabili tamburi Lambeg, il cui cupo
suono aumenta ancor più il tono militaresco della parata.
La più grande di queste marce si svolge
ovviamente a Belfast. Dura per tutta la mattinata, e all’ora di pranzo
confluisce nell’enorme spiazzo di Edenderry, un prato in mezzo a un bosco a sud
della città. Lì la festa prosegue, perdendo il carattere solenne e diventando un
gigantesco picnic. Su un palco si alternano i grandi capi dell’Orange Order, i
cui discorsi sono talmente ripetitivi che persino le migliaia di persone che non
si sono perse un momento della marcia si fermano ad ascoltarli. Sono tutti
troppo impegnati a bere birra o a comprarsi alle bancarelle i vari simboli
dell’identità protestante: cappelli bianco-rosso-blu come la bandiera del Regno
Unito, banderuole con l’effigie di re Guglielmo, magliette dei Glasgow Rangers.
La sbronza collettiva prosegue fino a sera, quando la marcia riprende in
direzione del centro città. E’ questo il momento più delicato, perché ai
compassati orangisti della mattina si aggregano bande di protestanti duri e puri
tra cui si infilano i paramilitari. Appena la marcia passa vicino a un quartiere
cattolico, i cui abitanti disprezzano l’intera cerimonia, la violenza può
scoppiare da un momento all’altro, espandendosi poi all’intera Irlanda del Nord.
Negli ultimi dieci anni è successo varie
volte. La peggiore è stata nel 2000, quando per qualche giorno l’Ulster sembrava
essere ripiombata nella guerra civile. Per fortuna, però, l’anno scorso l’intera
stagione delle marce si è svolta pacificamente. “E’ una marching season proprio
noiosa”, spiegavano ridacchiando i giornalisti nordirlandesi. E anche quest’estate
non ha ancora dato problemi particolari alla polizia e ai tanti nordirlandesi
che non ne possono più. C’è da sperare che, tra gli stessi rituali di sempre, in
questa notte dei falò e nelle parate del giorno dopo non ci sia più la violenza.
- 23.6.2004
LA STAGIONE DELLE MARCE
Nell'Ulster in estate va in scena
l'orgoglio protestante: è il periodo più a rischio di violenze
La stagione calda in Irlanda del Nord
arriva a giugno e termina a fine luglio, ma non è la temperatura che sale. E’ il
livello delle tensioni tra la comunità protestante e quella cattolica, che ogni
anno in questo periodo si guardano più in cagnesco del solito. Seguendo un
copione incredibilmente ripetitivo e prevedibile, quello della marching season,
delle parate protestanti in ricordo di episodi storici visti come gloriosi dagli
uni e umilianti dagli altri. E che nelle prossime settimane, nello stallo
politico che caratterizza in questo momento la regione, potrebbe facilmente
surriscaldare gli animi delle frange più esagitate e portare a nuovi disordini.
La posta in gioco nella stagione delle
marce, in questo spicchio di Irlanda che appartiene al Regno Unito, è sempre la
stessa: i membri delle logge orangiste – le associazioni nate nell’Ottocento,
custodi inflessibili delle tradizioni protestanti e della mitologia del
movimento unionista –pretendono di sfilare lungo percorsi prestabiliti, che
spesso attraversano quartieri abitati in prevalenza – spesso unicamente – dalla
minoranza cattolica. Da una parte c’è la legittima aspirazione a esercitare un
diritto, oltre al desiderio neanche tanto nascosto di mostrare ancora una volta
chi è che comanda nell’Ulster. Dall’altra c’è la sensazione di essere vittime di
un’imposizione, reiterata ogni anno.
Di parate protestanti ce ne sono
centinaia, tra giugno e luglio. In tutte le città dell’Irlanda del Nord, le
logge orangiste locali hanno qualche data da commemorare, e per molte famiglie
della comunità protestante il giorno della marcia è vissuto come un giorno di
festa, una grande sagra paesana: si mangia all’aperto e ci si sbronza in
allegria. La gran parte di queste parate si svolge pacificamente, ma per alcune
tra le maggiori la polizia tiene d’occhio in forze lo svolgimento della marcia,
e negli ultimi anni è stata istituita un’apposita Commissione Parate, che ha il
potere di vietare un certo percorso ai manifestanti se considerato foriero di
disordini.
La parata per eccellenza è quella del 12
luglio, the glorious Twelfth come lo chiamano i protestanti. E’ il giorno in
cui, nel 1690, il re protestante Guglielmo III d’Orange sconfisse il re
cattolico Giacomo II nella battaglia del fiume Boyne, sancendo così il
predominio nei secoli a venire dei coloni scozzesi e inglesi (protestanti) sugli
irlandesi (cattolici). L’evento è atteso come nessun altro dalla comunità
protestante nordirlandese: fin dalla mattina, lungo il percorso della parata,
intere famiglie prendono posto per far sentire il loro sostegno alle migliaia di
orangisti che partecipano alla marcia, vestiti con le tradizionali fasce e
bombette e accompagnati dal cupo suono dei tamburi Lambeg.
Nel 2003 la marching season è stata
straordinariamente calma. Una decisa inversione di tendenza rispetto a quanto
era successo negli anni precedenti, quando per qualche giorno l’intera regione
veniva messa a ferro e a fuoco dai paramilitari lealisti, i gruppi armati
protestanti ossessivamente fedeli alla Corona britannica e disposti a battersi
pur di mantenere il legame con Londra. Non successe praticamente niente, a parte
qualche scaramuccia da mettere ampiamente in conto. E l’Irlanda del Nord, come
sempre accade quando le cose rimangono tranquille, è caduta di nuovo nel
dimenticatoio. Ma i rischi di un ritorno alla violenza, seppur contenuta
rispetto agli apici raggiunti alla fine degli anni Novanta, esistono.
Nell’indifferenza del resto del mondo, le elezioni per il rinnovo dell’Assemblea
nordirlandese – sospesa da Londra nell’ottobre 2002 – e le ultime Europee hanno
portato a una rivoluzione nella situazione politica della regione.
Tra i quattro maggiori partiti, con la
distribuzione dei voti che rispecchia inevitabilmente la divisione tra le due
comunità, il peso dei moderati è nettamente calato a favore dei più oltranzisti.
Nelle fila dei protestanti, il Democratic Unionist Party (Dup) del reverendo Ian
Paisley – uno che disprezza apertamente i cattolici e considera il Papa come
l’Anticristo – è diventato il primo partito (alle Europee si è accaparrato un
astronomico 32 per cento dei voti), ribaltando i rapporti di forza con l’Ulster
Unionist Party di John Trimble, uno degli artefici degli accordi di pace del
1998. E lo stesso è accaduto nel campo nazionalista (come vengono identificati
in politica i cattolici), dove lo Sinn Fein – storicamente il braccio politico
dell’Irish Republican Army (Ira) – ha sopravanzato l’altro partito che ha
fortemente voluto l’Accordo del Venerdì Santo, i moderati del Social Democratic
Labour Party (Sdlp).
Il trionfo degli oltranzisti ha un
motivo ben preciso: i nordirlandesi hanno perso fiducia dopo gli interminabili
tira e molla dei partiti per mettere in pratica le disposizioni di quegli
accordi. L’Assemblea di Stormont, che con la devolution concessa da Londra dopo
25 anni di direct rule aveva ampi poteri di autogoverno, funzionava a
singhiozzo. La diffidenza tra i partiti unionisti e nazionalisti era all’ordine
del giorno, con l’Uup che accusava costantemente lo Sinn Fein (e non a torto) di
non aver rescisso i legami con l’Ira neanche dopo il cessate il fuoco proclamato
nel 1994. Stufa di questa paralisi, Londra sospese l’Assemblea.
Un anno e mezzo dopo, il futuro
dell’organo di autogoverno dell’Irlanda del Nord è in alto mare: quelli del Dup
– ai quali la direct rule non dispiace affatto – si rifiutano di stringere la
mano agli esponenti dello Sinn Fein, figurarsi di dover dividere il potere
esecutivo con loro. Lo Sinn Fein si guarda bene dal tagliare il cordone
ombelicale che lo lega all’Ira, per non mettersi in posizione di debolezza.
In attesa di un accordo che chissà
quando verrà, sono in corso da tempo dei negoziati a cui partecipano anche il
primo ministro britannico Tony Blair e il premier irlandese Bertie Ahern.
“Un’intesa tra Dup e Sinn Fein potrebbe non è impossibile come si pensa – dice
William Graham, analista politica del quotidiano Irish News –. Il Dup vuole la
devolution, ma vuole arrivarci a modo suo e ha interesse a tirare le cose per le
lunghe, anche fino alle prossime elezioni britanniche, per negoziare da una
posizione ancora più forte. Ma pure lo Sinn Fein non vuole rinunciare alle sue
pretese”.
In questo clima di stallo, il timore è
che alle frange più estremiste di entrambe le parti torni la voglia di violenza,
e le marce degli orangisti possono essere un facile pretesto. I protestanti se
la prendono con la polizia se la Commissione Parate impedisce loro un certo
percorso (per una marcia lungo la cattolicissima Springfield Road di Belfast,
prevista per questo sabato, il divieto è già scattato), i cattolici si infuriano
se gli orangisti sfilano attraversando i loro quartieri, e basta una zuffa
notturna nei punti di contatto tra i ghetti delle due comunità per scatenare la
violenza. I nordirlandesi stufi di questo andazzo, e sono tanti, sanno come
funziona. Non a caso, intorno al glorious Twelfth Belfast si svuota. Vanno tutti
in vacanza per passare almeno qualche giorno serenamente, lasciando i
professionisti degli scontri al loro destino.
-ALTRI
Esistono diversi documenti fondamentali.
Come la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, che in pochi hanno letto.
Stabilisce quali siano i nostri diritti. I diritti che devono essere di tutti,
altrimenti sono solo privilegi di pochi.
I trattati internazionali più
importanti, gli accordi di pace più belli, le costituzioni più significative.
Starà a noi tutti, poi, decidere chi
rende davvero concrete le parole scritte.
Per non dimenticare che gli impegni
presi vanno rispettati.
E che è un nostro dovere, oltre ad
essere un nostro diritto,
il pretendere che si rispettino
Per ulteriori informazioni a riguardo,
vedere il link:....................
Tegon
Andrea
4'A/mc
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