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Africa

 

 AFRICA

 

INTRODUZIONE:

 

In Africa attualmente sono in corso numerosi conflitti nelle aree sotto indicate:

-         Angola

-         Burundi

-         Ciad

-         Costa d’Avorio

-         Etiopia

-         Nigeria

-         Rep. Dem. Congo

-         Sudan

-         Uganda

-         Congo Brazzaville

-         Eritrea

 

Il gruppo di lavoro composto da Dalle Fratte Daniele e Della Piazza Angelo ha esaminato le seguenti aree:

-         Congo

-         Sudan

SUDAN

 

Scheda Conflitto: Sudan (Darfur)

PARTI IN CONFLITTO
2003-OGGI: I due gruppi armati del Sudanese Liberation Army (Slam) e del Justice and Equality Movement (Jem) si ribellano al regime centrale di Khartoum del presidente Omar al-Bashir, colpevole secondo loro di non fare abbastanza per la popolazione darfurina, secondo le organizzazioni internazionali, il bilancio è di 70mila morti (5mila secondo il governo sudanese), 200mila profughi, un milione e mezzo di sfollati interni. Inoltre diverse testimonianze di abitanti, osservatori e operatori umanitari internazionali e stranieri hanno parlato di lager dove guerriglieri lasciata vivere in una zona priva di strade, scuole, ospedali. 

 

VITTIME

Nei primi mesi del 2005, e civili vengono rapiti e torturati o uccisi, e dove le donne subiscono violenze carnali di gruppo. Anche i ribelli si sarebbero macchiati di atrocità nei confronti della popolazione civile.

Migliaia di profughi sudanesi stanno affollando le tendopoli di emergenza allestite nel vicino Ciad, dove fuggono dalle milizie janjaweed, un gruppo armato che il governo è accusato di usare per sterminare le popolazioni nere che popolano il Darfur. I campi profughi spesso sono costituiti da strutture inadeguate per i rifugiati, molti dei quali non hanno sufficiente cibo, acqua potabile e medicinali. Qui, la maggior parte delle vittime è costituita da bambini, che muoiono a causa di stenti e malattie.

 

RISORSE CONTESE
Il territorio del Darfur è una delle risorse contese tra le parti in conflitto, anche se non è stata ancora provata la presenza di petrolio nel sottosuolo, che farebbe del Darfur un’area potenzialmente interessante per le multinazionali straniere (soprattutto americane e cinesi) e ancora più per il governo di Khartoum.

 

FORNITURA ARMAMENTI

Iran, Cina, Russia, Bielorussia e alcune società lituane, ucraine e inglesi sarebbero tra i principali fornitori di armi del governo sudanese, secondo Amnesty International.
Si sospetta che Stati Uniti, Israele ed Eritrea appoggino i ribelli di
Slam e Jem.

 

SITUAZIONE ATTUALE

A due anni (Febbraio 2003 – 2005) dallo scoppio della guerra civile, il Darfur continua ad essere teatro di una crisi politica e umanitaria che non accenna a diminuire, ma peggiora di giorno in giorno.

70 000 morti, 200 000 profughi, 1500 000 di sfollati interni: sono i numeri di un’ecatombe che cresce a causa dell’azione ritardata e debole della comunità internazionale, incapace di trovare un accordo che ponga fine ai massacri e agli abusi di ogni tipo commessi ai danni della popolazione civile.
Inizialmente i rapporti di osservatori ed esperti avevano fatto pensare a un “genocidio” eseguito accuratamente dal governo filo-arabo sudanese ai danni delle popolazioni africane che abitano il Darfur (i
Fur, Massalit, Zaghawa e altre minoranze).
L’uso di questo termine per definire la guerra e la crisi del Darfur costituisce un aspetto chiave dell’intera vicenda: se le Nazioni Unite riconoscessero nel Sudan Occidentale un piano che prevede la ‘distruzione di un intero gruppo etnico, razziale o religioso’, sarebbero costrette ad intervenire militarmente. Finora, l’Onu non definisce “genocidio” quello che sta accadendo in Darfur, nonostante l’opinione contraria degli Stati Uniti e dell’ex Segretario di Stato, Colin Powell.

I tentativi di dialogo tra ribelli del Darfur e governo sudanese sono stati finora caratterizzati da una serie di promesse mancate e insuccessi. Le parti in conflitto si sono incontrate una volta nella capitale etiope, Addis Abeba, e in più occasioni nella capitale nigeriana, Abuja.
Proprio il presidente nigeriano e capo dell’Unione Africana, Olosegun Obasanjo, si è distinto come principale mediatore dei colloqui di pace, insistendo sulla necessità di stabilire un temporaneo cessate-il-fuoco nelle regioni più colpite dal conflitto, in modo da dare alle parti la possibilità di parlarsi e agli operatori umanitari di intervenire in soccorso alla popolazione.

Tuttavia nessuna tregua è stata finora rispettata. I bombardamenti continuano, gli attacchi pure, e così le numerose atrocità commesse sia dal governo sudanese che dai ribelli.

Il timore è che, per vedere risultati effettivi, gli abitanti del Darfur siano condannati ad una lunga attesa. Come quella alla quale sono stati costretti i loro connazionali del Sudan meridionale, reduci da una guerra durata ufficialmente 21 anni – in verità mezzo secolo – e conclusasi con due accordi di pace siglati nel maggio 2004 e nel gennaio 2005.

Storia Sudan:

I morti in Darfur fra gli sfollati sono troppi, hanno superato la soglia dell'emergenza umanitaria: da tre a sei volte oltre le previsioni. Queste le conclusioni dell'indagine condotta dall'Organizzazione Mondiale della Sanità e dal Ministero della Salute sudanese nelle regioni del Nord e dell'Ovest del Darfur. Sono invece ancora incompleti i dati per le zone del Sud, dove la raccolta delle informazioni è stata interrotta a seguito di assalti e furti subito fuori Nyal (capitale della regione) all'inizio di settembre: quanto raccolto finora mostra comunque la stessa drammatica situazione.

 

Sono ormai quasi un milione e mezzo le persone scappate dalle proprie case e rifugiatesi nei numerosi campi sparsi nella zona del Darfur in Sudan (definite internally displaced people, in quanto rimaste entro il confine del proprio Paese e quindi prive dello status di profughi). "I campi profughi che seguiamo sono più di 130 e il Darfur è grande come la Francia, quindi si tratta di un dispiegamento logistico enorme. E il numero di rifugiati continua a salire". A parlare è Guido Sabatinelli, rappresentante dell'OMS in Sudan e attualmente nella capitale Khartoum. Negli ultimi giorni ci sono stati infatti nuovi afflussi e circa 200.000 persone che si sono aggiunte alle cifre finora riportate (1.200.000). Oltre a queste non bisogna poi dimenticare coloro che hanno oltrepassato il confine per rifugiarsi nel vicino Ciad. I dati dello studio presentato in questi giorni sono stati raccolti intervistando direttamente gli sfollati. E' stata condotta una ricerca scientifica coordinata da un epidemiologo, scegliendo un campione rappresentativo della popolazione degli Internally Displaced People in Darfur" precisa Guido Sabatinelli. Le domande poste dai ricercatori riguardavano il numero di decessi, le cause principali di morte (febbre, infezioni respiratorie, diarrea, ferite) e la disponibilità dei servizi di base e di assistenza sanitaria e non (acqua, cibo, medicine e così via). In tutto sono stati contattati 3.000 gruppi familiari (1.500 per il Nord e 1.500 per l'Ovest del Darfur): la mortalità è stata poi calcolata sulla base della popolazione residente in tali regioni, a partire dai dati forniti dal World Food Programme.

 

Un morto al giorno su una popolazione di 10.000 persone è il valore soglia in genere utilizzato per parlare di crisi umanitaria. In Darfur, secondo i dati presentati dall'OMS il 14 settembre, siamo di fronte ogni giorno a 1,5 decessi per 10.000 nel Nord e addirittura 2,9 nell'Ovest. "Questa indagine conferma quello che si sospettava da qualche settimana" afferma Lee Jong-wook, direttore generale dell'OMS. "I risultati, insieme con altre informazioni raccolte dal nostro gruppo, dicono che la popolazione del Darfur ha bisogno di maggiore assistenza. Migliaia di persone, inclusi migliaia di bambini sotto i cinque anni, stanno morendo ogni mese per malattie che potrebbero essere facilmente prevenute a curate. E' ora di vitale importanza aumentare e focalizzare meglio la nostra azione".

"La causa principale dei decessi è la diarrea, soprattutto nei bambini, seguita dalla febbre" continua Sabatinelli. "Sotto ai cinque anni, il 40 per cento delle morti è per diarrea e il 20 per cento per febbre. Diciamo che l'evento finale che provoca il decesso sono queste due condizioni, ma c'è sempre la malnutrizione come causa di fondo. Sono già debilitati: in Darfur, e più in generale nel Sudan, il 40 per cento dei bambini è malnutrito". Con l'aumento dell'età cambiano le percentuali, e se la febbre è responsabile sempre del 20 per cento dei decessi, la diarrea scende al 18 per cento mentre circa il 40 per cento dei morti fra i 15 e i 49 anni è attribuito a ferite e violenze. Nei morti per diarrea, oltre alla scarsità di cure adeguate, gioca un ruolo fondamentale la mancanza di acqua pulita. Gli sfollati, nelle loro sistemazioni provvisorie, ma in cui spesso sono costretti a vivere a lungo, hanno bisogno di acqua sicura, di latrine e di un sistema fognario adeguato, di banale sapone per garantire livelli minimi di igiene e di pulizia: già questo potrebbe salvare molte vite umane. Per quanto riguarda la febbre, probabilmente l'origine è la malaria, ma al momento ci si può basare solo sul racconto delle famiglie, che riportano la febbre, la diarrea, le infezioni respiratorie o una morte violenta. Non è dunque possibile una conferma scientifica di tale origine.

 

Nella regione vi sono condizioni favorevoli (sovraffollamento, coabitazione in piccoli spazi, norme igieniche scadenti, malnutrizione e cos" via) alla diffusione di diverse malattie infettive potenzialmente mortali, ma prevenibili o curabili, come la poliomielite, le meningiti, il colera, ma anche il morbillo: "Nel giugno di quest'anno, una campagna di vaccinazione di massa nei confronti di due milioni di bambini nel Darfur ha portato a una riduzione del numero di nuovi casi e di morti per il morbillo" racconta Hussein Gezairy, Direttore Regionale dell'Eastern Mediterranean Region dell'OMS. Un'altra campagna di vaccinazione con lo scopo di proteggere altri 150.000 bambini tra i 9 mesi e i 15 anni è stata condotta nelle aree isolate della Nord. Questa iniziativa, a quanto riportato dall'OMS, è il risultato di una delicata negoziazione avvenuta questa estate fra le Nazioni Unite e il Movimento di Liberazione Sudanese per poter raggiungere con i vaccini contro il morbillo e contro la poliomielite i bambini che vivono nelle aree controllate dal Movimento. Racconta Sabatinelli che anche questa seconda campagna di vaccinazione contro è stata completata e ora c'è una buona protezione dal morbillo: ci sono ancora casi, ma non epidemie. "Per la poliomielite invece, sono stati fatti interventi di emergenza per coprire le zone dove si erano verificati casi di infezione, ma il 10 ottobre è prevista la campagna nazionale in tutto il Sudan".

Secondo le cifre riportate dall'OMS, in agosto è stato fornito cibo a 900.000 sfollati interni e acqua pulita a 700.000, sono state costruite 30.000 latrine e rese disponibili 127 strutture sanitarie a vantaggio di 950.000 persone: probabilmente è questa la strada da continuare a percorrere, basandosi anche su questa indagine. "Si continua a fare quello che si sta facendo "commenta Sabatinelli a proposito dei programmi futuri, "a migliorare le condizioni igienico sanitarie, per cui più acqua potabile, più latrine, più servizi sanitari sia di base sia ospedalieri. Ci vogliono tempo e soldi. Forse lo studio ha dimostrato numericamente la gravità del quadro, perché è a tutti chiara la situazione di emergenza, di crisi, una crisi importante. L'indagine appena conclusa è utile come base per una successiva valutazione degli interventi che si faranno e naturalmente anche per richiamare l'attenzione sui donatori, perché la risposta in termini economici da parte dei donatori è assolutamente insufficiente, nessuno paga. Siamo tutti pronti a criticare quello che fanno le Nazioni Unite, ma sono in pochi a dare i soldi, a cominciare dall'Italia".

 

CONGO

Ancora sangue

Guerriglieri attaccano i caschi blu nell'Ituri: nove morti

“Li hanno attaccati appena fuori dal villaggio di Kakwa, nei pressi di Kafe, poco lontano dalla città di Bunia. Le poche informazioni che ci arrivano dalla zona parlano di nove soldati morti, tutti di nazionalità bengale, e tra i quattro e sei dispersi . Erano stati assegnati alla protezione dei campi per gli sfollati che nelle ultime settimane hannolasciato le proprie abitazioni per sfuggire agli scontri tra le bande di miliziani della zona. Sospettiamo si tratti dei miliziani Lendu che controllano la zona

A parlare da Bunia è Modibo Traorè, portavoce del coordinamento degli affari umanitari delle Nazioni Unite nella Repubblica Democratica del Congo (Unocha-Drc). Ieri mattina intorno alle 9 e 20 ora locale (8 e 20 italiane), alcuni uomini armati non meglio identificati hanno teso un’imboscata a un plotone di peacekeepers, uccidendone nove e ferendone almeno undici.

 

Un episodio grave, che conferma ulteriormente la crisi in cui sta nuovamente sprofondando la regione dell’Ituri, teatro di una delle tante guerre dimenticate dell’Africa e del mondo.
Bande di milizie assassine infestano la boscaglia, da dove partono scorribande contro i villaggi e la popolazione civile, nel tentativo di controllare il territorio e mettere le mani sulle innumerevoli risorse che costituiscono allo stesso tempo la ricchezza e la dannazione di questa terra: oro, legno, diamanti, caffè è il prezioso coltan, quello con cui viene creata gran parte della tecnologia moderna, compresi i telefoni cellulari.

 

I gruppi ribelli al governo centrale di Kinshasa si fanno chiamare con sigle che richiamano a nomi patriottici e ideologici, anche se di ideologico c’è ben poco: Unione dei Patrioti Congolesi (Upc), guidati da Thomas Lubanga e composti principalmente da membri di etnia Hema, che insieme ai loro alleati delle Forze Armate del Popolo Congolese (Fapc) e del Partito dell’Unità e della Salvaguarida dell’Integrazione del Congo (Pusic) combattono contro il fronte di Integrazione Nazionale (Fni) e il Fronte Patriottico di Resistenza dell’Ituri, entrambi di etnia Lendu.

Ma nella boscaglia si annidano anche ex combattenti dell’Interahamwe, la milizia che undici anni fa fu protagonista nel genocidio ruandese, coordinando centinaia di migliaia di assassinii e massacri.

A peggiorare il quadro generale di una situazione che rischia di precipitare a ogni scontro, c’è il fatto che governo ruandese e quello ugandese appoggerebbero alcuni gruppi, creando tensioni diplomatiche con il governo congolese.

 

L’elenco delle atrocità commesse dai miliziani è lungo e complesso: omicidi, rapimenti, torture, violenze carnali. E la presenza dei 4800 caschi blu dell’Onu può arginare solo in parte il fiume di sangue che da oltre sei anni scorre in Ituri. Lo scorso anno, nella regione di Kivu, un battaglione dell’esercito regolare composto da ex ribelli di etnia Banyamulenge si ammutinò, gettando la città di Bukavu nello scompiglio. Anche allora, i peacekeepers sul luogo poterono fare ben poco.

Tragedie annunciate

Catastrofi in serie in un Paese devastato dalla guerra civile

Piove sulle ferite di una guerra che a distanza di tempo continua a mietere vittime. Sulle strade fangose, allagate dalla pioggia tropicale, si incontrano poche persone, ormai troppo zuppe per aver fretta di tornare a casa. Ogni volta che piove, la mancanza di infrastrutture paralizza l’intera città e provoca incidenti. I camionisti si affannano a riparare i semiassi spezzati a causa delle buche, i tassisti tentano di far ripartire le Fiat 1100 bloccati dagli schizzi d’acqua e la radio parla di naufragi, sciagure aeree e incidenti ferroviari. Tutto con la stessa indifferenza. Come se il Paese fosse un enorme pachiderma relativamente interessato a quello che succede distante dalla testa.


La mancanza di controlli adeguati e la fatiscenza delle infrastrutture hanno causato più di trecento vittime nell’arco di una sola settimana. E l’unico risultato è stato un nuovo scambio di accuse tra le diverse compagini che compongono il governo di transizione.

Nella notte tra il 25 e il 26 di novembre il traghetto “H.B. Dieu Merci” (Grazie a Dio) è affondato trascinando con se' almeno 200 passeggeri. Una violenta tempesta ha spazzato le acque del lago Mai Ndombe, a circa 500 chilometri a nordest dalla capitale Kinshasa, investendo l’imbarcazione. La precarietà della nave ha fatto il resto: per caricare più merci e passeggeri, l’armatore aveva fatto saldare due scafi di diversi battelli leggeri collegati a un unico motore fuoribordo che avrebbe dovuto spingere il tutto sulla riva opposta del lago. A fare le spese dell’eccesso di merci sono stati i passeggeri che viaggiavano tra le lamiere dei due scafi, i bambini erano almeno dodici.

La mattina dello stesso giorno, nei pressi del porto di Matadi, sull’estuario del fiume Congo, un treno merci composto da decine di vagoni è deragliato con a bordo due macchinisti, 11 operai, almeno 60 abusivi e 800 tonnellate di riso, farina e altri generi alimentari. Una frana avrebbe causato l’incidente trascinando il treno nel fiume. Le due locomotive e i primi due vagoni del convoglio sono stati inghiottiti dalle acque, mentre un terzo vagone è rimasto in bilico sul ciglio del fiume per tutta la giornata. Ad aggravare l’intervento dei soccorsi si è aggiunta la quotidiana condizione di miseria del Paese: la polizia, infatti, ha dovuto allontanare con la forza le decine di persone che erano accorse sul luogo del disastro per saccheggiare i viveri rimasti all’asciutto. Va aggiunto che il tratto di strada ferrata che va da Kinshasa a Matadi, circa 500 chilometri, è l’unico rispamiato dalla guerra ed è in pessime condizioni.

Per completare il quadro anche un Antonov 26 di fabbricazione sovietica è precipitato nel centro abitato di Boende, a circa 600 chilometri da Kinshasa. Le cause sono sempre le stesse: un guasto tecnico intervenuto subito dopo il regolare decollo ha costretto il mezzo ad un atterraggio di emergenza che si è concluso con uno schianto su alcune abitazioni poco lontano dall’aeroporto. Hanno perso la vita il pilota, i ventidue passeggeri e almeno sei abitanti del quartiere. Alla tragedia si aggiunge anche il fatto che il proprietario dell’aereo è ancora sconosciuto e il mezzo era privo di licenza di volo e di assicurazione.

In tutti e tre i casi le indagini non procedono regolarmente. Lo Stato in Congo è un qualcosa di astratto. I dipendenti pubblici e i militari spesso non ricevono alcuno stipendio e la corruzione è a livelli allarmanti. E se per i turisti vengono inventate li per li infrazioni e ammende improbabili che si traducono in birre e sigarette, i proprietari delle compagnie private di trasporto non devono faticare troppo per ottenere il via libera per attività che richiederebbero maggiori controlli.

Nonostante tutto, i congolesi sembrano abituati a sfidare la morte: almeno a giudicare dalle automobili, le cui ruote non hanno necessariamente i copertoni. E nei giorni di sole tutto si rianima: anche le scintille sollevate dal cerchione diventano un pretesto per fare due chiacchere.

Ammutinati

Riprendono gli scontri tra ribelli e truppe regolari in Kivu, già 100 mila sfollati

Nel Congo orientale sono ripresi i combattimenti fra truppe dell’esercito congolese e soldati ammutinati nel Kivu. Gli scontri sono iniziati domenica nella provincia di Kanyabayonga e hanno visto i soldati regolari dell’esercito congolese opposti ad ex soldati dissidenti del gruppo ribelle filo-ruandese RCD-Goma.

Ieri alcuni operatori della Missione delle Nazioni Unite in Congo hanno riferito che in meno di una settimana tra le città di Lubero e Kanyabayonga sono stati almeno centomila i civili che, a causa delle violenze, sono stati costretti a lasciare le proprie abitazioni e a rifugiarsi nella foresta, dove tra l’altro gli operatori umanitari non li possono raggiungere. Hanno abbandonato i loro villaggi per sfuggire ai combattimenti, per non pagare i tributi ai militari, regolari e ribelli, per sfuggire a furti, aggressioni e stupri.

Pare che i ribelli domenica siano riusciti a conquistare la città di Kanyabayonga e a respingere i diecimila uomini mandati appositamente dal governo di Kinshasa per riconquistare la città. Costretti ad una ritirata strategica di vari chilometri.

Nelle vallate attorno alla città al momento non si spara più, però si trovano ancora chiare le tracce dei combattimenti: molti  i cadaveri abbandonati al sole e agli insetti. Soldati in mimetica, in tenuta verde o color kaki, contati sul terreno a decine e attribuite ad una o all’altra tra le fazioni in lotta.

Il centro della città è semidistrutto e ormai deserto. La gente è fuggita e tutto è stato saccheggiato a fondo, prima dai ribelli che hanno aperto le saracinesche dei negozi con bombe a mano, poi dalle famiglie dei civili disperati che hanno terminato l’opera arraffando il poco rimasto. Intanto le forze dell’esercito regolare, respinte dalla città, si sono stabilite 12 Km a nord, vicino alla città di Kayina. Da lì sono in grado di garantire un po’ di sicurezza in più per i civili della zona, ma oltre alla paura per le loro vite, presto sarà la fame a costringere quelle persone a fuggire di nuovo. In una situazione di assedio cronico e caotico come quella che si vive nel Congo orientale le scorte alimentari finiscono presto e fare provviste mentre le strade e le città sono presidiate è una cosa tutt’altro che semplice.

 

Intrusioni e trasferimenti. Fino alla settimana scorsa la principale difficoltà incontrata dai responsabili della missione delle Nazioni Unite era quella di verificare la presenza delle truppe ruandesi sul territorio del Congo. Il governo di Kigali aveva in più occasioni minacciato di spedire il propio esercito all'inseguimento delle milizie Interhamwe anche in territorio congolese, ma al momento la presenza delle truppe, pur segnalata in varie parti del Congo, non è ancora stata dimostrata dal Monuc.

In questa moltitudine di gruppi combattenti più o meno riconoscibili, una grossa difficoltà per le truppe Onu nella tutela delle vite dei civili, riguarda perciò la necessità di distinguerli dai miliziani. Innanzitutto perché i legami tra truppe congolesi ribelli dell'RCD-Goma e il governo di Kigali sono molto stretti, ma anche perché la regione del Kivu è abitata da una minoranza che parla il Kinyarwanda, la lingua parlata in Ruanda.

Al di la dell’interesse che la comunità internazionale sta iniziando a mostrare nei confronti della crisi in Congo, per riportare la calma nella zona, il nodo ricorrente è sempre quello della scarsità di truppe a disposizione della missione Monuc, mentre a livello regionale è decisamente venuto meno il clima positivo che era scaturito dall’intesa regionale tra Congo, Ruanda e Uganda.

A smorzare i toni della questione c’è stato l’intervento di Charles Murigande, il ministro degli esteri ruandese. Murigande ieri ha assicurato che il Ruanda non minaccerà più di mandare i suoi soldati nella Repubblica Democratica del Congo per inseguire i ribelli Hutu perché “la comunità internazionale ci ha garantito che si occuperà del problema delle milizie ex-Far e delle Interhamwe, che sono accusate di aver preso parte al genocidio del ’94.”

 

L’Alto Comando delle Forze Armate della Repubblica Democratica del Congo intanto ha disposto il trasferimento del comandante militare nel Nord Kivu, il generale Obed Rwibasira e al suo posto ha insediato nella turbolenta provincia il generale Gabriel Amisi. La ragione del trasferimento è stata che il generale Obed Rwibasira è di etnia Banyamulenge, ovvero un Tutsi congolese, come i ribelli che l’esercito sta fronteggiando in questi giorni. Le autorità sperano che questa mossa possa aiutare a pacificare la zona e porti alla cessazione degli scontri in seno allo stesso esercito congolese.

 

Ancora sfollati

Nella regione dell'Ituri si aggrava la crisi umanitaria

L’ennesima emorragia di sfollati rischia di generare un nuovo disastro umanitario nelle regioni orientali della Repubblica Democratica del Congo.

Almeno cinquantaseimila persone hanno affollato nelle ultime settimane i campi di permanenza temporanea nella travagliata regione dell’Ituri. Tuttavia il loro numero potrebbe essere ben più alto, arrivando sino a 80mila. Lo ha riferito a PeaceReporter.net Modibo Traoré, capo della missione del Coordinamento delle Nazioni Unite per gli Affari umanitari (Unocha). Gli scontri tra le milizie rivali che da anni destabilizzano i villaggi dell’est non accennano a diminuire. I massacri continuano sporadicamente e la popolazione civile si trova spesso coinvolta. Negli ultimi mesi le recrudescenze tra il gruppo armato dell’Upc (Unione dei patriottici congolesi), guidato da Thomas Lubanga e l’Fni (Fronte Nazionale di Integrazione) Di Floribert Njabu Ngabu, hanno provocato almeno 50 morti e gettato nello scompiglio intere comunità.

Le due milizie danno vita alla guerra mai sopita tra le comunità Hema e Lendu, che si battono per il controllo del territorio e delle risorse. Il conflitto perdura, nonostante la fine della quinquennale guerra congolese, terminata due anni e mezzo fa con un bilancio di 3 milioni di morti.

Raggiunto nel suo ufficio a Bunia, principale centro urbano dell’Ituri, Traoré ha fatto sapere che “la situazione a cui stiamo assistendo è sempre più preoccupante. Ogni giorno migliaia di persone arrivano nei centri d’accoglienza chiedendo aiuto. Molti di loro riportano ferite da
machete o da arma da fuoco. Altri sono semplicemente affamati e terrorizzati”.

Villaggi bruciati, saccheggi, stupri. E’ questo lo scenario che molti testimoni descrivono dell’Ituri e dei villaggi attorno a Bunia, specie dalla fine di gennaio, quando le violenze sono riprese con particolare intensità.

Così le anonime località di Kasenyi, Tchumia, Tche, Jinna, Kafe e Muhitu sono diventate vere e proprie città temporanee, dove migliaia di famiglie attendono il proprio destino, nascondendosi ai miliziani e rischiando epidemie sempre in agguato. La settimana scorsa l’organizzazione Medicins Sans Frontieres ha inviato aiuti umanitari al personale dislocato nella zona, "dove – riferiscono fonti dell’organizzazione -  un numero sempre più alto di persone è affetto da gravi forme di dissenteria".

Il problema potrebbe aggravarsi con il passare dei giorni, visto che presto potrebbero arrivare oltre ventimila persone in più, bisognose di acqua e di altri beni di prima necessità.

E a nulla possono i Caschi Blu della missione delle Nazioni Unite (Monuc), in un territorio troppo vasto ricoperto da una vegetazione fittissima. Proprio il contingente di peacekeepers internazionali è al centro di uno scandalo che ha messo in imbarazzo gli alti piani del Palazzo di Vetro: alcuni di loro devono difendersi dalle accuse di ricatti e abusi a sfondo sessuale contro le ragazze dei villaggi che avrebbero dovuto difendere. Lo scorso 13 febbraio sei soldati di nazionalità marocchina sono stati arrestati dietro l’accusa di aver molestato alcune ragazzine in cambio di piccole somme di denaro o di qualcosa da mangiare

Le mani sui confini

Congo, Ituri e Kivu: sono due regioni invase dalle bande armate

Domenica 5 dicembre, l’esercito congolese insieme al contingente delle Nazioni Unite in Congo ha attaccato un villaggio in cui erano asserragliati circa 150 ribelli, nella regione nord orientale dell’Ituri, al confine con l’Uganda. Pare che l’attacco sia avvenuto col supporto degli elicotteri.

Abbiamo chiesto a Mamadou Bah, portavoce del Monuc, la forza delle Nazioni Unite in Congo, di aiutarci a comprendere quel che è successo e qual è la situazione sul campo nella parte orientale del Congo.

 

 

L’attacco al "villaggio". “Gli scontri della scorsa notte sono avvenuti ad Ituri, una zona dove i ribelli hanno ancora il controllo del territorio. Quello che abbiamo preso d’assalto in realtà non era un villaggio, ma una antica piantagione di caffè che i ribelli avevano occupato trasformando le baracche della foresteria in una base militare. Abbiamo fatto molte pressioni affinché terminasse l’occupazione illegale del campo e poi ci siamo presentati con le truppe insieme alla polizia governativa e alla sezione Human Rights delle Nazioni Unite.

Abbiamo sparato un colpo di avvertimento dagli elicotteri per imporre loro di lasciare il villaggio e poi lo abbiamo attaccato. I ribelli si sono dati alla fuga, ne abbiamo arrestati 17 e 2 sono morti. Il campo è stato distrutto dal fuoco degli elicotteri.  La risposta dei ribelli ha portato al ferimento lieve di due operatori delle Nazioni Unite e di una donna del campo. All’interno del campo, di cui dopo l’attacco restavano solo macerie bruciate, sono stati trovati diversi corpi e si sospetta potrebbero esserci delle fosse comuni.”

Uno dei leader delle FAPC (Forze Congolesi per il Popolo ) ha raccontato che nell’attacco al villaggio sono state uccise 11 donne e 5 bambini. Accusando anche le truppe delle Nazioni Unite di essere andate per disarmarli con la forza e di avere aperto il fuoco per primi. I portavoce del Monuc negano tuttavia responsabilità sui  civili rimasti uccisi.

“Nella zona di Ituri la situazione è calda, lo è da molto tempo - commenta Mamadou Bah -. Fin dalla formazione del governo di unità nazionale e del processo di pace, Ituri è stata l’unica regione dove la spinta all’unità che si avvertiva nel paese non è mai giunta. I gruppi ribelli mantengono il controllo del territorio e si sono resi protagonisti di numerose violenze, saccheggi e stupri.”

 

 

Ituri. L’attacco di domenica segue diversi attentati alle pattuglie delle Nazioni Unite nelle scorse settimane ed evidenzia la mancanza di progressi sul campo da parte del progetto per disarmare circa  i 15 mila ribelli della regione.

Dal 1999, nella sola regione dell’Ituri, sono almeno 50mila le persone uccise negli scontri tra le Tribù degli Hema e dei Lendu. La regione è invasa da una miriade di bande armate che in linea di principio si sarebbero dette disponibili a colloqui di pace, ma che finora sono state riluttanti a consegnare le armi. Molti tra i leader di milizie dell’Ituri hanno firmato un accordo per cui si impegnano a disarmarsi in cambio dell’integrazione nell’esercito nazionale. Ma finora sono solo 820 i combattenti che hanno consegnato le armi e per la maggior parte erano bambini.

Circa la metà degli 11mila caschi blu in Congo sono dislocati nella provincia di Ituri, ma controllano solo la capitale Dunia, dove il contingente si è istallato in modo stabile.

 

Kivu. La situazione dei ribelli è molto tesa anche nella regione del Kivu, al confine con il Ruanda. Qui il problema riguarda gli  ex membri delle FDLR (Forze Democratiche per la Liberazione del Ruanda ), che pare ormai certo, hanno a più riprese varcato il confine attaccando e bruciando villaggi per più di una settimana. Il Ruanda, a maggioranza Tutsi, considera i ribelli Hutu una minaccia per la propria sicurezza e si riserva di inseguirli anche oltre frontiera. Lo scriveva il presidente Kagame in una lettera al presidente del Consiglio di sicurezza dell’Onu, lasciando aperta la possibilità che gli attacchi fossero già iniziati.

“Il problema al momento è dimostrare la presenza di milizie ruandesi sul territorio del Congo - spiega ancora Mamadou Bah. Stiamo cercando prove certe, ma non è facile: le truppe possono nascondersi nella vegetazione e rendersi invisibili. Abbiamo fatto molte perlustrazioni con gli elicotteri, ma abbiamo ottenuto solo immagini aeree in cui si vedono soldati bene armati che non fanno parte dell’esercito congolese nella parte nord orientale del paese.

"Nemmeno le testimonianze degli abitanti dei villaggi sono troppo affidabili, perché sono persone molto spaventate, quasi ossessionate, non saprebbero distinguere un soldato delle Forze armate Ruandesi FAR, da uno delle FDLR (Forze Democratiche di Liberazione del Ruanda ), o dell'RCD-Goma (Rally for Congolese Democracy ). “

 

 

Civili in fuga? “Al momento nonostante la situazione sia caotica, in Congo non ci sono spostamenti di massa di persone, ci sono solo in parte, nel nord (Kivu), mentre dalle parti di Bunia la gente si sente più tranquilla. Il vero problema alla pacificazione della zona però è la scarsità di truppe. Per fare un paragone: Kinshasa, la capitale del Congo è grande come il Kosovo e la Repubblica Demorcratica del Congo è grande come l’Europa. In Kosovo le truppe delle Nazioni Unite sono 40mila, mentre in tutta la DRC sono soltanto 10mila. La vita per le persone che abitano nella zona dei combattimenti è un atroce susseguirsi di morte, umiliazioni e miseria. I ribelli ruandesi affermano di voler attaccare solo i guerriglieri del FDLR, ma i civili e i combattenti vengono facilmente confusi. Spesso poi i villaggi si trovano in mezzo tre due milizie rivali e vengono accusati da entrambe di aver dato sostegno all’altra fazione.”

 

La questione delle aree controllate dai ribelli è importante anche sul piano politico perché, come ha dichiarato Azarias Ruberia, uno dei vicepresidenti del Congo “dobbiamo prendere il controllo della situazione nel Kivu e nell’Ituri prima delle elezioni, non perché ci viene chiesto dal Ruanda, ma perché altrimenti non saremmo in grado di organizzare elezioni in tutto il paese”.

Le elezioni, che sarebbero le prime dall’indipendenza dal Belgio sono programmate per il giugno 2005, al termine del periodo di transizione e del governo di Unità Nazionale composto da Joseph Kabila con ex membri di gruppi ribelli e politici dell’opposizione.

Della Piazza Angelo

Dalle Fratte Daniele

4'A/mc

 

 

 

 

 

 

 


 

 

 




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