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AMERICA LATINA

Nella zona latino-americana, al giorno d’oggi,
sono presenti conflitti in
- Colombia (conflitti tra il governo e
le FARC unite all’ELN; divergenze con gli USA)
- Messico (guerriglie tra l’ELZN e
l’esercito regolare messicano appoggiato dai gruppi paramilitari)
- Perù (scontri tra il governo e
i guerriglieri di Sendero Luminoso uniti al MRTA)
Andiamo quindi ad analizzare
singolarmente e più a fondo ogni territorio e le rispettive guerre in corso:
-COLOMBIA
In Colombia, dal 1964 ad oggi, ci sono due
contrapposte categorie della popolazione in conflitto.
Da una parte troviamo il governo con
soldati regolari, poliziotti e diversi gruppi paramilitari tra cui l’Unione per
la difesa del paese (AUC) comandata da Carlos Castano. Dall’altra parte
combattono gruppi di ispirazione marxista e socialista tra cui le Forze Armate
Rivoluzionarie Colombiane (FARC) e l’Esercito di Liberazione Nazionale (ELN). E’
importante ricordare come alla fine del 2003 il governo degli stati uniti abbia
stanziato 2 miliardi di dollari in armamenti per la lotta ai ribelli delle FARC
e inviato un contingente di 400 uomini per addestrare l’esercito governativo e
le forze paramilitari.
L’esercito governativo e i gruppi
paramilitari ricevono armi e uomini dagli Stati Uniti d’America, dalla Spagna e
dalla Germania. Per quanto riguarda le fazioni ribelli si riforniscono con i
proventi del narcotraffico sul mercato nero o assaltano le armerie governative.
L’obiettivo delle parti in
lotta è il governo del paese, e si calcola che dal 1964 ad oggi siano morte
oltre 150 mila persone.
Situazione attuale
La situazione in cui versa il popolo colombiano è drammatica. La metà della
popolazioni vive in condizioni precarie, la criminalità e la corruzione sono
dilaganti. Tra il giugno del 2000 e l’aprile 2001 è stata segnalata una media di
20 morti al giorno, di cui l’80 per cento di questi casi è da attribuire ai
gruppi paramilitari ed il 20 per cento alla guerriglia. Nel 2001 oltre 300 mila
persone sono state costrette ad abbandonare le proprie abitazioni a causa della
violenza militare, soprattutto donne e bambini ‘campesinos’, indigeni e
afro-colombiani. Nello stesso anno sono stati uccisi 14 difensori dei diritti
umani e 164 sindacalisti. Nel 2002 la situazione è peggiorata a causa della
rottura del processo di pace tra governo e le FARC. Il rischio di una guerra
totale contro la guerriglia ha gettato nel panico l’intera popolazione e
continuano ad essere denunciate sparizioni forzate di attivisti politici e di
operatori sociali per i diritti umani. Nel 2003 l’AUC ed il governo hanno
iniziato a negoziare per il disarmo di 1000 unità, primo passo verso la completa
smilitarizzazione dei gruppi paramilitari. Nel frattempo le FARC e ELN hanno
annunciato l’intenzione di unirsi per combattere più efficacemente il governo
del presidente Uribe. L’entrata in vigore del Plan Colombia, voluto fortemente
dagli Stati Uniti, ovvero il finanziamento da parte degli americani di progetti
per “ la lotta alla guerriglia ed al narcotraffico”, sembra sempre più essere
una misura per il controllo da parte di diverse aziende statunitensi dei ricchi
giacimenti minerari presenti nel sottosuolo colombiano.
Divergenze con altri
stati
Nel
2003 tre agenti americani furono catturati, da parte della FARC, nelle foreste
meridionali del Caquetà, in seguito all’abbattimento del loro veivolo.
Secondo fonti ufficiali, il
pilota colombiano ed un altro statunitense furono uccisi dai ribelli subito dopo
la caduta dell'aereo, mentre Marc Gonsalves, Keith Stannsen e Thomas Howe
vennero presi prigionieri.
La guerriglia smentisce la suddetta versione, replicando invece che le due
vittime avrebbero perso la vita come conseguenza dello
schianto.
Ad ogni modo, gli USA ed il governo colombiano hanno dato il via ad una serie di
vasti rastrellamenti e perlustrazioni nella regione. Da parte loro, le FARC
considerano i tre americani come "prigionieri di guerra", ed intenderebbero
rilasciarli solo dopo un "accordo umanitario" con Bogotà, vale a dire lo scambio
di 21 politici e 39 militari (statunitensi inclusi) nelle loro mani, con circa
300 guerriglieri detenuti nelle carceri nazionali.
Ufficialmente, gli ostaggi "partecipavano ad un volo di ricognizione in cui
venivano testate delle apparecchiature elettroniche" per conto della California
Microwave Systems, compagnia legata al Dipartimento della Difesa in cui erano
impiegati.
La questione dei tre americani è solo uno dei tanti aspetti del controverso Plan
Colombia, attraverso cui gli USA "sostengono il governo colombiano nella sua
lotta alla droga, al terrorismo ed ai gruppi illegali"; in realtà, questa
campagna viene duramente criticata come "stratagemma" attuato da Washington per
estendere il suo controllo sul Paese sudamericano (e particolarmente sul suo
petrolio).
COLOMBIA: per una volta parlano le
FARC...
Nell'anno 2003, per esempio, le FARC hanno ingaggiato 4.447 combattimenti
contro la forza pubblica e i paramilitari (una media di 12,18 al giorno), con
5.291 morti e 4.701 feriti tra militari, poliziotti e paramilitari, senza
contare gli uomini messi fuori combattimento in oltre 919 situazioni non
verificate(combattimenti, imboscate e campi minati in cui è fisicamente
impossibile farlo). In tutte queste azioni abbiamo recuperato 356 fucili, 7
mortai, 6 mitragliatrici e 12 lanciagranate, abbiamo distrutto 12 elicotteri, 12
aerei e 1 carro blindato, per non parlare dei mezzi danneggiati. Nel 2003 sono
morti in combattimento 542 guerriglieri e 77 miliziani e ne sono stati feriti,
rispettivamente, 321 e 13, cifre che evidenziano la durezza dello scontro. Nei
primi tre mesi del 2004 abbiamo avuto 1.152 azioni militari, con un bilancio di
1.371 morti e 818 feriti tra militari, poliziotti e paramilitari e di 43 morti e
29 feriti nelle fila delle FARC.
E così, mentre la Colombia continua ad addentrarsi negli imprevedibili meandri
di una guerra civile, sprecando più del 4,5% del PIL nel terrore della violenza
ufficiale (senza contabilizzare gli aiuti dei gringos), e mentre crescono
smoderatamente le percentuali statistiche delle morti violente in tutto il
territorio nazionale, si pretende di ampliare subito per via parlamentare i
poteri autoritari del presidente e degli alti comandi militari, cercando di
calpestare ulteriormente la popolazione civile, dato che, come è sempre
avvenuto, questi imbrogli dittatoriali poco o nulla riescono a colpire chi si è
alzato in armi contro l'obbrobrio oligarchico.
Di fronte alla smisurata spesa uribista per la guerra, orientiamo il sabotaggio
economico indirizzato a porre un freno all'illimitata crescita del bilancio
ufficiale per l'esecuzione del terrorismo di Stato. In questo quadro, tra il
2003 e i mesi trascorsi del 2004, tra le altre azioni abbiamo abbattuto 151
tralicci delle comunicazioni e dell'energia elettrica, abbiamo colpito 77 volte
pozzi petroliferi, oleodotti, polidotti, macchinari, sub-stazioni di Ecopetrol,
generatori e, nel caso particolare dell'oleodotto Transandino, ne abbiamo
distrutto 3.510 metri.
Con il Dipartimento di Stato e il Pentagono come autori intellettuali e con
l'intervento diretto di ufficiali dell'intelligence dell'esercito nordamericano,
prosegue lo spiegamento delle forze mercenarie ufficiali. Per esempio, per
ordine presidenziale si stanno dirigendo verso il sud del paese per trovare i
prigionieri di guerra in potere delle FARC e hanno dislocato forze a mo' di
cordoni nei seguenti luoghi: San Vicente-Delicias-Cortina Verde; San
Vicente-Campo Hermoso; San Vicente-Puerto Losada e Marimbas 1 e 2;
Macarena-Morrocoy-Jordán-La zorra-El Turpial-Yaguara e Filo Quinche;
Macarena-fiume Guayabero abajo. Una brigata mobile è stata dispiegata a
Cachimao-Bocas del Perdido con Losada, e lungo la via Tober.
Al sud si sono presentate truppe di Cartagena del Chaira nella località Los
Cauchos in direzione Los Lobos, per consolidare un corridoio verso quelle
presenti nella città Yarí e la pista di Caquetania.
Da 40 anni lo Stato colombiano scatena in modo ciclico e ricorrente frenetiche
ondate di violenza contro il popolo colombiano, con il pretesto di liquidare la
guerriglia rivoluzionaria delle FARC. A tal scopo, ha ceduto la sovranità
nazionale al governo di Washington, aprendo sempre più le porte all'invasione
nordamericana.
Per questo motivo chiamiamo i colombiani a unirsi contro l'aggressione
nordamericana che, in modo camuffato, sta favorendo Uribe Vélez e avanza
inesorabile sotto forma di assistenza militare, principalmente attraverso il
Plan Colombia.
Lanciamo un appello agli Ufficiali della forza pubblica che amano veramente la
Colombia, che hanno giurato fedeltà alla causa bolivariana e che desiderano la
soluzione politica del conflitto affinché si dialoghi, come ha proposto il
Comandante Manuel Marulanda.
La crudezza delle cifre dello scontro militare in Colombia ci porta a reiterare
il nostro appello a costruire un nuovo governo che indirizzi il paese verso la
soluzione politica del conflitto,la democrazia, la sovranità e la giustizia
sociale.
«Operazione Condor», incubo dell'America latina
L’insorgere delle dittature nei Paesi
dell’America Latina aveva creato un gran flusso di esuli e rifugiati politici,
che cercavano di riparare nei Paesi confinanti per sfuggire alle persecuzioni
politiche. Ma nella seconda metà degli anni ’70 i regimi militari governavano un
po’ ovunque. Fu allora che Manuel Contreras, capo dei servizi segreti cileni,
ideò insieme alla CIA l’operazione CONDOR. Questa consisteva in una stretta
collaborazione fra i servizi segreti, i paramilitari e gli squadroni della morte
dei Paesi confinanti. Ad essa aderirono Argentina, Paraguay, Uruguay, Brasile,
Perù, Bolivia e ovviamente Cile. Si venne a creare una sorte di “zona franca” in
cui i militari potevano spostarsi liberamente per cercare i propri oppositori
politici. I militari locali fornivano il loro appoggio nella ricerca, nel
sequestro, nella tortura e nell’eliminazione silenziosa degli oppositori. La
collaborazione permetteva un notevole scambio di informazioni fra i vari servizi
segreti e condusse a una durissima repressione in tutti i Paesi citati. La CIA
favorì gli incontri fra i vari agenti sudamericani, fornì addestramento,
materiali per la tortura e finanziamenti. Una terza fase dell’operazione portò
al controllo e all’eliminazione di politici rifugiatisi al di fuori dell’America
Latina, Europa compresa.
-MESSICO ( Chiapas )
Dal 1994 ad oggi i conflitti nei territori
messicani hanno visto contrapposti i guerriglieri dell'Esercito
Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN) e l’esercito regolare messicano
appoggiato da gruppi paramilitari.
La lotta dell’EZLN ha come obbiettivo
centrale la dignità e i diritti delle popolazioni indigene chapaneche. Il
Chiapas è una regione ricca di giacimenti minerari e acqua, ed è anche per
questo motivo che il governo messicano non intende concedere autonomia
territoriale alle popolazioni indigene.
L’esercito Messicano riceve armi dagli
Stati Uniti d’America. I gruppi paramilitari ricevono armi per canali
governativi, ma in via non ufficiale. I guerriglieri zapatisti utilizzano le
poche armi presenti sul mercato nero e armi di fabbricazione artigianale.
Le fonti ufficiali riferiscono di circa
700 morti. Fonti non governative stimano che il numero delle vittime si avvicini
al migliaio e che i rifugiati siano oltre diecimila.
Situazione attuale
Nel luglio 2003, dopo circa un anno e
mezzo di silenzio, le neonate trasmissioni di Radio Insurgente (la radio ribelle
che “dà voce a quelli senza voce, da qualche luogo delle montagne del sudest
messicano”) annunciano ad Oventic la formalizzazione dell’autonomia nei
territori zapatisti. I Caracol (cioè i nuovi municipi autonomi zapatisti)
attraverso le “giunte di buon governo” coordinano e governano la vita di oltre
trenta comunità insorte da più di sette anni. Con quest’ultimo passo, l’EZLN ha
di fatto delegittimato il governo statale, ne ha limitato la sovranità
territoriale, dando concreta realizzazione agli accordi di St.Andres. Ad oggi la
situazione non è per nulla stabilizzata. Le condizioni di vita dei popoli
indigeni sono disastrose, le pressioni del Pri e dei paramilitari si stanno
lentamente intensificando, i mezzi e le risorse a disposizione degli zapatisti
sono esigue e in larga parte dipendenti dagli sforzi cooperativi internazionali.
Chiapas 29/01/2003
Un violento scontro a fuoco ha coinvolto
alcuni agenti della polizia e gli abitanti di una comunità del Chiapas. Secondo
fonti locali gli scontri sarebbero avvenuti nella zona montana di Tres Cruces,
nei pressi di San Juan Chanula, quando gli agenti di polizia si sono recati sul
posto per arrestare i presunti assassini di due uomini della comunità di San
Juan Chanula, due cattolici tradizionalisti uccisi la scorsa settimana. Al loro
arrivo gli agenti sono stati accolti con colpi di arma da fuoco. Gli agenti
hanno risposto al fuoco e ne è scaturito un violento scontro che ha causato la
morte di cinque persone, di cui 4 poliziotti ed un civile, e il ferimento di
altre quattro, due poliziotti e due civili. Lunedì gli appartenenti alla
comunità di Chamula avevano mandato una lettera al presidente Vicente Fox
minacciando di farsi giustizia da soli se il governo non avesse catturato gli
assassini dei due uomini. Le comunità di Tres Cruces e di San Juan Chanula sono
molto diverse tra loro sotto vari aspetti e spesso le tensioni sono sfociate in
scontri violenti. San Juan Chanula è una comunità di religione cattolica e di
fede politica più 'conservatrice', vicina all'ex partito di governo, il Partito
rivoluzionario istituzionale (Pri). Tres Cruces, invece, è una comunità
protestante e di fede politica di ispirazione più 'progressista', Vicini al
Partito della rivoluzione democratica (Prd), partito della sinistra messicana.
Ma ciò che veremente divide le due comunità sono soprattutto questioni legate
allo sfruttamento dei terreni demaniali. Oltre 15.000 protestanti ed alcuni
cattolici dissidenti sono stati costretti ad abbandonare Chamula negli scorsi
anni, a volte dopo aver subito violenze fisiche, stupri o dopo aver perso le
proprie case. In molti si sono stabiliti sulle montagne che separano Chanula da
San Cristobal de las Casas e spesso ci sono stati scontri tra la comunità
cattolica e i rifugiati degli insedimanti. M. Losciale
San Cristobal de las Casas –
31/08/2002
La situazione in Chiapas torna a
riscaldarsi in maniera preoccupante, con il ritorno in scena dei paramilitari e
il ridispiegamento dell'esercito federale. Membri del gruppo paramilitare "Los
Aguilares", legato ai settori oltranzisti dell'ex partito-Stato della
Rivoluzione Istituzionale (PRI), hanno ucciso nei giorni scorsi tre indigeni
zapatisti. L'ultimo è stato Antonio Mejia, assassinato a colpi d'arma da fuoco
nei pressi del municipio di Chilon, 140 chilometri a nord di San Cristobal.
Prima di lui altri due attivisti zapatisti erano stati uccisi a Ocosingo:
Lorenzo Martinez Espinoza e Jacinto Hernandez Gutierrez.
Secondo gli analisti si tratta di un'azione di provocazione messa in atto dai
vari gruppi paramilitari che operano nella zona nord di Ocosingo e Chilon. In
particolare, il quotidiano La Jornada ha rilevato che la ripresa della
violenza da parte dei paramilitari coincide con un inusuale e forte
dispiegamento di truppe cominciato nel Chiapas a partire dallo scorso fine
settimana.
In proposito, esponenti delle comunità filo-zapatiste hanno respinto oggi
l'assicurazione del governo centrale, secondo il quale la recente
intensificazione del movimento di
truppe nel Chiapas non è altro che un ricambio dei militari di stanza nei pressi
della Selva Lacandona. «Il governo federale - ha assicurato in un comunicato il
municipio autonomo Ricardo Flores Magon -, cogliendo l'occasione della
confusione e della disinformazione suscitate dagli attacchi dei gruppi
paramilitari, ha incrementato la presenza dell'esercito in tutta la regione che,
tra l'altro, ha ripreso i voli intimidatori con gli elicotteri al di sopra delle
comunità zapatiste».
La Commissione per la concordia e la pacificazione (Cocopa) ha espresso «grande
preoccupazione» per la possibilità che nel Chiapas ritorni la violenza.
Il presidente di turno dell'organismo Felipe de Jesus Vicencio Alvarez ha
annunciato che la Cocopa sta mettendo appunto un documento che
consenta di riprendere i negoziati tra il governo e l'Esercito Zapatista di
Liberazione Nazionale (EZLN), arenati da molto tempo.
Le Organizzazioni non governative (Ong) messicane che difendono i diritti umani
hanno chiesto ieri al governo centrale e alle autorità della regione di Chiapas
di adoperarsi «per frenare l'ondata di violenza che hanno cominciato a mettere
in atto gruppi civili contro gli zapatisti della Selva Lacandona». Secondo le
Ong, tali attacchi «spingono nuovamente gli indigeni, per evitare di essere
assassinati, a rifugiarsi con le famiglie nelle montagne in condizioni di
precarietà sanitaria ed alimentare».
-PERU’
E’ dal 1980 che i guerriglieri di
Sendero Luminoso(movimento filo-maoista fondato da Abimael Guzmàn Reinoso)
combattono contro il governo. Gli scontri più violenti durarono fino al 1992,
quando Guzman venne arrestato. A continuare la lotta armata fu, in particolare,
il fronte guidato dal “camarada Alipio”. Anche il Movimento rivoluzionario Tupac
Amaru (MRTA) fu impegnato nella lotta armata antigovernativa che raggiunse
l’apice della violenza negli anni Ottanta.
I guerriglieri del MRTA ricevettero armi attraverso il mercato nero e il
traffico di droga. Il governo acquistò invece le proprie armi dalla Bielorussia,
dalla Repubblica Ceca, dalla Francia, l’Italia, l’Olanda, la Russia e gli Usa.
Il loro obiettivo era il controllo
politico e militare del paese.
Secondo fonti media indipendenti le vittime negl’oltre vent’anni di conflitto
sarebbero state 50mila. Atrocità e violazioni dei diritti umani sono state
compiute sia dai guerriglieri di Sendero, dal MRTA e dalle forze militari al
governo.
Situazione attuale
Con l’istituzione nel
2002 da parte del governo peruviano, di un battaglione antisovversivo per
rafforzare la lotta contro i combattenti di Sendero Luminoso, si sono via via
spenti i focolai di guerriglia nel paese. In particolare l’offensiva militare
del governo si è concentrata nella provincia di Satipo (dipartimento di Junìn)
dove sono state segnalate le ultime operazioni di Sendero. Nel luglio 2003 la
polizia ha arrestato uno degli ultimi leader storici del movimento, Fiorentino
Cerron Cardozo detto “camarada Marcelo”, infliggendo un duro colpo ai ribelli.
Rimane attiva nelle zone della Selva centrale del Paese solo la sezione
“Proseguir” del “camarada Alipio” tornata alla ribalta della cronaca nel luglio
scorso con il sequestro di 71 lavoratori dell’impresa argentina Tachint,
impegnati nella costruzione di un oleodotto nel distretto meridionale di
Miraflores. Sempre in luglio, in un operazione antiterrorismo condotta dai corpi
speciali, sette soldati sono stati uccisi durante un imboscata di una
cinquantina di ribelli. Negli ultimi mesi la minaccia di una ripresa
dell’offensiva del movimento filo-maoista sembra essere stata soffocata, anche
se molti osservatori considerano la pace di questi mesi una tregua armata per
entrambi le parti. La corruzione dilagante tra le forze di polizia, la povertà
generalizzata che colpisce la popolazione rendono il paese politicamente
instabile. A luglio 2004 la polizia ha ucciso, nel sud del Paese, 7 persone
durante una manifestazione pacifica. E' fissata per il prossimo 5 novembre
l'apertura di un nuovo processo per Abìmel Guzman e altri 17 membri fondatori di
Sendero Luminoso. Il camerada Artemio,la cui identità non è nota,
resta l'ultimo leader dell'organizzazione ancora in libertà.
Meneguzzi Marco
Viviani Matteo
4'A/mc
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