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Medio Oriente

 

MEDIO ORIENTE

 

 

CONFLITTI IN CORSO:

-Iran

-Iraq (vedi scheda)

-Israele (vedi scheda)

-Palestina (vedi scheda)

 

SCHEDA CONFLITTO: Iraq

 

PARTI IN CONFLITTO

Nel 1991 dopo l’invasione del Kuwait da parte del regime di Saddam Hussein, una coalizione militare di 40 Paesi guidati dagli Stati Uniti ha costretto al ritiro l’esercito iracheno.

 

Dal 1991 al 2003 si sono verificati bombardamenti anglo-americani contro diverse postazioni militari irachene nelle due zone di "no-fly zones".

 

Nel 1998 sono avvenuti bombardamenti anglo-americani su tutto il Paese: operazione "Desert Fox"

 

Nel 2001 i combattenti dell’Unione patriottica del Kurdistan che combattono per l’indipendenza del Kurdistan iracheno contro gruppi islamici fondamentalisti tra cui il Movimento Islamico Unito per il Kurdistan e Ansar al-Islam, composto da circa 5000 combattenti. 

 

Nel 2003 l’esercito americano e britannico combattono contro l’esercito iracheno per spodestare Saddam Hussein (operazione "Iraqi Freedom").

 

Dal 2003 ad OGGI dopo l’inizio delle operazioni militari della coalizione anglo-americana, nel marzo 2003, la situazione del paese è precipitata nel chaos. Diverse fazioni sciite tentano di impadronirsi del potere lasciato vacante dalla caduta del regime di Saddam Hussein resistendo alle forze d’occupazione occidentali. Tra questi troviamo il Consiglio Supremo per la rivoluzione islamica in Iraq, che dall’Iran, dove trovava armamenti e protezione, è ritornato in Iraq con l’inizio della guerra per essere ammesso al Consiglio di Governo Iracheno. Accanto a loro l’Ayatollah Ali Sistani rappresenta la voce moderata degli sciiti iracheni, che per quanto critichi l’occupazione statunitense del paese, invita a non prendere le armi contro la coalizione occidentale. Ancora di credo sciita troviamo i guerriglieri di Muqtada al Sadr che controllano numerosi miliziani con base a Baghdad, tra cui la fazione di Jaish al-Mahdi responsabile di numerosi attacchi terroristici e, per quanto sia difficile accertarlo, ad oggi in fase di  disarmo. Altre sacche di resistenza sono composte dagli ex appartenenti alla Guardia Repubblicana fedele al regime di Saddam che, nonostante sia stata ufficialmente dissolta dall’autorità provvisoria irachena filo americana, si è riorganizzata in differenti fazioni che resistono alle forze d’occupazione. Inoltre è da segnalare la presenza di numerosi miliziani islamici provenienti dall’Afghanistan, dall’Iran, dall’Arabia Saudita e dalla Siria, nonché di numerosi soldati “privati” che garantiscono militarmente la sicurezza delle grandi imprese che investono nel business della ricostruzione. 

 

VITTIME

Nel 1991 la guerra porta circa 100 mila morti tra gli iracheni e 250 tra i soldati americani; circa 2 mila iracheni (soprattutto curdi) sono morti in seguito ai bombardamenti del 1998; circa 12 mila e cinquecento sono stati i morti iracheni dall’inizio delle operazioni militari nel marzo 2003, mentre le vittime tra la coalizione occidentale ammontano a 1300 perdite ( in maggioranza americani ed inglesi). Infine oltre un milione di iracheni (la metà bambini) sono morti a causa della denutrizione e della mancanza di cure in 12 anni di embargo e sanzioni economiche imposte dall’Onu. Le stime aggiornate delle vittime civili irachene dall’inizio del conflitto parlano di 17754 morti, mentre il numero dei militari deceduti sale a 1579. (da notare il rapporto delle vittime)!!!!

 

RISORSE CONTESE

Il petrolio è la maggior risorsa del paese. Il controllo delle riserve petrolifere irachene è strategico per il controllo del mercato mondiale di petrolio.

 

FORNITURE  DEGLI ARMAMENTI

Il governo iracheno (che veniva armato dagli stessi Stati Uniti) ha ricevuto armi - in violazione all'embargo - da Russia, Bielorussia, Ucraina, Repubblica Serba di Bosnia, Siria, Cina, Germania e Francia.

 

LA SITUAZIONE ATTUALE

Nonostante il Presidente statunitense George W. Bush abbia dichiarato formalmente la fine della guerra (1 maggio 2003), continuano i combattimenti tra le truppe d'occupazione americane e la resistenza irachena. L’autorità del Consiglio provvisorio di Governo (filo americana) non è legittimata dalla popolazione irachena e i contingenti alleati subiscono sanguinosi attacchi quotidiani. Sparizioni e rapimenti a scopo di estorsione sono diventate le attività più redditizie nel paese, mentre la popolazione civile è vessata dalla mancanza di cibo, medicinali e dagli attacchi indiscriminati delle forze statunitensi. Sarebbero 100 mila i morti in Iraq dopo l’attacco della Coalizione a marzo del 2003. Lo riferisce una ricerca diffusa il 28 ottobre dal John Hopkins Bloomberg School of Public Health di Baltimora. Il 28 ottobre è morta Liqaa Abdul Razzaq, giornalista irachena. Con lei sono 36 gli operatori dell’informazione morti nella guerra, ai quali vanno aggiunti gli interpreti e le guide morte mentre lavoravano con giornalisti e operatori. Sempre il 28 è stata sequestrata una cittadina polacca che lavora con la coalizione. Ancora il 28 il ministero per i Diritti Umani ha reso noto di aver scoperto quasi 35 mila cadaveri. Sarebbero tutte vittime del deposto regime di Saddam Hussein. Continuano i bombardamenti sulla cittadina di Falluja. In un’intervista al sito internet di al-Jazeera, il portavoce dell’Iraq Body Count ha stimato in 600 le vittime nella cittadina sunnita, dei quali 300 donne e bambini.

Il 3 novembre sono stati recapitati ad al-Jazeera i video con la decapitazioni di 4 iracheni: 3 militari della Guardia Nazionale irachena e un ufficiale dell’esercito iracheno.

Ferenc Gyurcsany, primo Ministro dell’Ungheria, il 3 ha annunciato il ritiro del contingente ungherese in Iraq, 300 soldati, entro la fine di marzo del 2005, mentre MSF ha annunciato il ritiro del personale dall’Iraq per l’impossibilità oggettiva di garantire la sicurezza dello staff internazionale.

 

 

 

 

SCHEDA CONFLITTO: Israele - Palestina

 

PARTI IN CONFLITTO

Dal 1948 ad OGGI: in origine l’esercito libanese, Siriano e i guerriglieri dell'Organizzazione per la Liberazione della Palestina di Yasser Arafat combattono il neonato esercito israeliano e i falangisti cristiani. Col tempo un corollario di organizzazioni militari nascono per opporsi al governo d’occupazione israeliano: il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina , il Fronte Democratico per la Liberazione della Palestina , il Fronte di Liberazione Arabo , il Fronte Popolare per la Lotta Palestinese , il Partito Comunista Palestinese , Il Fronte di Liberazione Palestinese e i combattenti islamici di Hamas, (acronimo di Movimento Islamico per la Resistenza) al fianco delle Brigate di Izzadin al-Kassam. Negli ultimi anni sono emersi altri gruppi di resistenza palestinese tra cui la Guardia Rivoluzionaria di Fatah , il Comando Generale del Fronte per la Liberazione della Palestina, le Brigate dei Martiri di Al-Aqsa e la Jihad per la Palestina Islamica

Dal 1982 ad OGGI: Il governo israeliano impegna il suo esercito con diverse fazioni libanesi: contro i guerriglieri sciiti di Hezbollah (appoggiati da Siria e Iran) e Amal, contro le truppe del governo libanese (appoggiate dall’Arabia Saudita, dalla Siria e dall’Iran), il Fronte di Liberazione del comandante Ahmed Jibril e l’Esercito Sud Libanese, creato originariamente da Israele e diventato col tempo a maggioranza mussulmana.

 

VITTIME

Le guerre israeliane del 1948, 1967 e 1973 hanno fatto all’incirca 100.000 mila vittime. Dal 1987 al 1992 l’intifada, la guerra popolare di resistenza palestinese, ha fatto 2000 vittime a maggioranza palestinesi. Circa 15 mila morti (di cui 1000 tra i soldati israeliani) morirono per l’invasione israeliana del Libano. Dall'inizio della Seconda Intifada (settembre 2000) fino ad oggi sono morti 3634 palestinesi e 973 israeliani

 

RISORSE CONTESE

Lo Stato di Israele è strategico per il controllo politico e militare del medio oriente, come lo è l’accesso ai fiumi e alle riserve idriche della zona.

 

FORNITURE ARMAMENTI

Israele riceve armi e addestramento soprattutto dagli Stati Uniti, ma anche dalla Francia e dalla Germania (che però ha sospeso temporaneamente l’esportazioni dopo l’invasione israeliana della West Bank nel 2002). I vari gruppi palestinesi ricevono armamenti ed addestramento dall’Arabia Saudita, dall’Iran dalla Siria.

 

LA SITUAZIONE ATTUALE

Nonostante il ritiro di Israele dal Libano nel maggio 2000, proseguono nella zona contesa delle fattorie di Shebaa (nel sud del Libano, a ridosso della frontiera israeliana) gli scontri tra Hezbollah ed esercito israeliano, che spesso compie azioni di rappresaglia contro obiettivi militari siriani. Il 5 ottobre 2003, ad esempio, l’aviazione israeliana ha bombardato un presunto campo hezbollah in territorio siriano, provocando decine di vittime. Sul fronte palestinese la situazione è molto tesa; agli attacchi suicidi dei guerriglieri palestinesi si oppone la rappresaglia dell’esercito israeiano che distrugge interi villaggi, e attacca deliberatamente la popolazione civile. Il processo per l’istituzione di uno stato Palestinese entro il 2005, secondo i piani della Road Map, è al momento in una fase di stallo. La decisione da parte del governo israeliano di costruire un muro difensivo lungo i confini provvisori di Israele ha inasprito le tensioni nella zona, trovando il disappunto di numerosi voci della comunità internazionale. La barriera, infatti, occupa illegalmente le terre palestinesi e crea enormi disagi al movimento della popolazione civile palestinese, ma la sua costruzione continua nonostante la condanna della corte internazionale dell’Aia. Le condizioni di Arafat, ricoverato in un ospedale militare a Parigi, destano molta preoccupazione. Anche e soprattutto per i risvolti futuri. Il 3 novembre, in un’operazione dell’esercito israeliano nella città di Rafah, nella Striscia di Gaza, è rimasto ucciso un tassista,  raggiunto da una pallottola alla testa mentre guidava nel centro della città. Nel corso della stessa incursione, l’esercito ha distrutto 15 case e una moschea, il settimo luogo di culto musulmano distrutto a Rafah negli ultimi 3 anni. Scopo dell’incursione, secondo i militari israeliani, è impedire l’arrivo di armamenti per l’Intifada dall’Egitto.

 

 

 

STORIA

Il deserto conteso

I diritti e la cultura dei Beduini sono in pericolo. Israele vuole la loro terra

Il braccio di ferro tra lo stato di Israele e i Beduini non ha tregua. Il cuore della contesa è il deserto del Negev. Mercoledì 1 dicembre è stata presentata al parlamento israeliano, la Knesset, una legge che depone un altro macigno sui Beduini. Si tratta di un provvedimento che mira a frenare le rivendicazioni per la proprietà delle terre su cui questa minoranza araba risiede da secoli. La sua approvazione non sarebbe stata ostacolata neppure dalle difficoltà del governo Sharon, messo in minoranza durante la discussione per il bilancio del 2005 e costretto a cercare un'intesa con i laburisti e gli ultraortodossi. La legge non rispetterebbe la cultura e i diritti dei Beduini, a tutti gli effetti cittadini di Israele.

 

Il paradosso della giustizia. "La legge stabilisce che l'Autorità territoriale d'Israele assegnerà il riconoscimento della proprietà solo se questa verrà comprovata da un documento scritto" ha affermato Banna Shughry-Badarna, un'avvocatessa dell'Associazione per i diritti civili in Israele (Acri). "Questo non potrà che compromettere la situazione dei Beduini, che non dispongono di trascrizioni, ma solo di testimonianze orali tramandate di generazione in generazione". Il loro stile di vita deriva da una tradizione di semi-nomadismo, in cui l'oralità predomina sulla scrittura. L'unico documento utilizzabile sarebbe quindi la voce, unita al senso dell'onore e della terra di un popolo che risiede nel Negev da oltre 200 anni. Questi elementi non bastano ad Israele, che avrebbe così innalzato un muro legislativo per stroncare le richieste di 140 mila persone, appartenenti ad uno stato moderno che non ne tutela l'identità indigena e non ne accetta le rivendicazioni.

 

Una storia di resistenza. I Beduini del Negev, stretti in un lembo di deserto racchiuso tra le città di Beersheva, Arad e Dimona, sono stati costretti a separarsi in due forme di società: una urbana, l'altra ancorata al passato. Quando Israele dichiarò "disperse" le loro comunità e avviò forti pressioni affinché abbandonassero una tradizione agricola e pastorale secolare, i Beduini furono costretti ad ammassarsi in sette riserve urbane, costruite agli inizi degli anni '70. Ora, 70 mila anime vivono in queste township, che versano in condizioni disagiate. Il sistema scolastico si limita alla sola presenza di scuole elementari. La povertà, la criminalità e l'uso di droghe è in aumento e a Rahat, il centro più abitato, si registra il tasso di disoccupazione più alto d'Israele, intorno al 34%. Diversi professori del Dipartimento di Studio e Sviluppo sui Beduini dell'Università Ben Gurion di Beersheva parlano di oppressione, discriminazione e diseguaglianze quali cause dell'alienazione di cui è vittima la popolazione beduina. La politica di concentramento di Israele vorrebbe reprimere la base della cultura indigena dei Beduini, di cui i villaggi non riconosciuti, "unrecognized villages", rappresentano un esempio di resistenza. Sono 45, fondati ben prima dello stato d'Israele, che li considera illegali. Qui vivono altre 70 mila anime, che resistono rifiutando un trasferimento nelle township. Nella geografia ufficiale non esistono: le mappe stradali evitano di riportarle. Conseguentemente, il governo si dice non responsabile di questi villaggi fantasma. "Su 45 villaggi ci sono solo 9 cliniche e il livello di analfabetismo è in crescita" commenta Banna Shughry-Badarna "Mancano le infrastrutture fondamentali, non c'è elettricità ed acqua corrente, e i primi servizi sanitari ed educativi si trovano molto distanti". Il 40% dei contributi che il governo destina alla popolazione araba beduina è impiegato per operazioni di pressione contro gli "unrecognized villages". Su almeno 30000 abitazioni incombe un decreto di demolizione.

 

Il piano dei cinque anni. "Israele non sta facendo nulla per risolvere i problemi della popolazione beduina: questo è il problema" racconta l'avvocatessa dell'Acri. "Nel luglio 2001 firmammo una petizione per chiedere un serio dibattito sulla questione beduina, per arrivare ad un accordo". Si sono succeduti incontri e trattative, soprattutto nel 2003, quando è stato varato il Piano quinquennale per il Negev dal governo Sharon. Il Piano consisterebbe nella concentrazione forzata dei beduini di 38 villaggi nelle township. E' stato rilevato il ricorso a mezzi espliciti: finora si registrano 150 case distrutte e 30000 dunams (un dunam corrisponde circa a mille metri quadrati) colpiti da diserbanti diffusi da aerei militari per devastare le colture, con gravi conseguenze anche per la salute della popolazione. "Nel corso dei colloqui tra organizzazioni non governative, Beduini e governo" continua Banna Shughry-Badarna "è emersa la speranza che le autorità tornassero sui propri passi, rifiutando il piano e riconoscendo legalmente i 45 villaggi, ma nei primi giorni di novembre, hanno cambiato idea, optando nuovamente per la linea iniziale". Secondo l'avvocatessa, "la posizione di Israele non è chiara: il documento redatto indica sette nuovi insediamenti sui 45 villaggi esistenti, e quattro coincidono con le aree su cui sorgono quattro "unrecognized villages", Bir Hadday, Um Batin, Kasr El-Sir e Abu Qrrinat". Non si parla né di riconoscimento né di sviluppo di township, ma gli abitanti degli altri villaggi potrebbero essere convogliati su questi quattro, i più popolosi tra i centri beduini.

 

Voci d'Intifada e terre svendute. Intanto, mentre la Knesset avrebbe votato una legge che limita le aspirazioni dei Beduini, minacciandone anche le peculiarità culturali, e che non rispetta i diritti di cittadinanza, si diffondono i timori di una possibile Intifada beduina. Il presidente dell'Associazione araba per i diritti umani, Muhammad Zeidan, sostiene che "i Beduini sono pacifici, ma pur sempre esseri umani: non penso che abbiano scelta, sono spinti a questo". Il responsabile del Consiglio Regionale per i Beduini di Beersheva, Abu Kaf, ha detto al quotidiano Haaretz che il timore di una militanza beduina, paventata sia da esponenti ebraici sia da rappresentanti beduini, è infondata perché non nell'interesse della popolazione. I problemi sociali sono direttamente legati ai flussi migratori e all'espansione di nuove colonie. "Un regolamento presentato lo scorso 7 settembre dall'Autorità territoriale israeliana ha attribuito un prezzo alle terre del Negev" rivela Banna Shughry-Badarna "Un sheqel per ogni dunam: non ci compri neppure un chewing-gum". I Beduini pretendono la restituzione di tutti i 12 milioni di dunams del Negev, di cui l'82% è stato dichiarato area inaccessibile per motivi militari. I Beduini ora occupano 300 mila dunams e stanno lottando per mantenerne circa 1 milione di cui Israele vuole, invece, appropriarsi.

 

Beduini e coloni. Il Negev è uno spazio fruibile per ospitare i coloni israeliani. Il governo Sharon intende portare poco più di 350 mila immigrati nelle terre del deserto, che rappresentano, inoltre, una valida opportunità per accogliere i coloni di Gaza se il piano di disimpegno andrà in porto. I contributi per la costruzione e lo sviluppo di nuovi insediamenti non si fanno attendere. Il centro di Giv'ot Bar è in espansione, mentre un progetto di alcuni studenti dell'Università Ben Gurion di Beersheva sta ottenendo un corposo sostegno, con fondi fino a 5 milioni di shequels. Il promotore è il ventiquattrenne Matan Dalah. Il neonato insediamento si chiama Kfar Adiel. I giovani possono avere aiuti economici per studiare in cambio di 10 ore settimanali di volontariato negli insediamenti della regione. Secondo gli studenti, 1000 famiglie nella zona di Kfar Adiel sono troppo poche per evitare che la terra cada in mano di altri. I Beduini sono 140 mila, il 25% degli abitanti del Negev, e si prevede che in un paio di decenni saliranno a 340 mila. Un bilancio demografico che deve far riflettere: nei giorni scorsi un'ennesima petizione è stata firmata, commenta Banna Shughry-Badarna, "affinché si faccia qualcosa, si dedichi più attenzione, da parte del governo, alle questioni che i Beduini sollevano". Faisal è un rappresentante del Consiglio Regionale per i Beduini. "Il nostro popolo è originario del deserto" ha detto al telefono da Beersheva. "Viviamo qui da più di 200 anni, pensiamo di avere più diritti per chiedere la proprietà delle nostre terre, rispetto agli immigrati che vengono dall'Europa e dalla Russia". I Beduini "stanno subendo da tempo una realtà che non cambia: in molti si sono spostati nelle regioni confinanti, come Giordania ed Egitto, e per chi è rimasto non ci sono novità, la situazione resta brutta". Quando a Faisal viene chiesto un commento sui timori di una futura Intifada e sulla legge passata la settimana scorsa alla Knesset, lui risponde: "Non c'è bisogno di nessuna violenza: noi, semplicemente, non rinunceremo mai alle nostre terre, mai". 

 

Sulla strada della guerra civile

Il giornalista Uri Avnery commenta la morte di Arafat e gli scenari futuri

Tutti in Israele parlano della Prossima Guerra. Il più popolare canale televisivo sta producendo una serie televisiva su questo tema. Non un’altra guerra contro gli Arabi. Non la minaccia nucleare dall’Iran. Non il sanguinario conflitto in corso con i Palestinesi. Ma la guerra civile.

 

Solo alcuni mesi fa sarebbe sembrato assurdo. Ora, improvvisamente, è diventata una possibilità molto reale. Non un altro scoop dei media. E nemmeno un’altra delle manipolazioni politiche di Sharon. Non un ulteriore tentativo di ricatto da parte dei coloni, ma qualcosa di reale.

 

Se ne parla al Consiglio dei Ministri e nella Knesset, nei talk-show televisivi, in editoriali e quotidiani. Il Chief-of-Staff ha avvertito pubblicamente che l’esercito potrebbe disgregarsi. Uno dei ministri ha dichiarato che l’esistenza stessa dello Stato di Israele è in pericolo. Un altro ministro profetizza un bagno di sangue come nella Guerra civile spagnola.

 

La Shin Bet, in modo più o meno dissimulato, sta prendendo provvedimenti. Nelle carceri ci si prepara ad accogliere detenzioni di massa. I capi dell’esercito stanno pianificando la chiamata alle armi per diecimila soldati di riserva e cominciano a pensare a ciò che dovranno fare nel caso in cui…

 

No, è una minaccia davvero reale. A giudicare dalle apparenze, sembra comparsa dal nulla. Ma chiunque ha occhi per vedere sapeva che sarebbe successo, prima o poi.

 

I semi della guerra civile erano stati gettati quando si era costruito il primo insediamento nei territori occupati. A quel tempo dissi al Primo Ministro nella Knesset: “Stai piazzando una mina. Un giorno dovrai eliminarla. Come ex soldato, voglio avvisarti che lo sminamento è un lavoro molto poco piacevole.” Da allora, centinaia di mine sono state collocate. Persino ora si stanno estendendo i campi minati.

 

Il processo è stato condotto dai fondamentalisti religiosi. Il loro obiettivo dichiarato, come hanno detto allora e mai si stancano di ripetere, è di spingere tutti gli Arabi fuori dal paese che Dio ci ha promesso. E il paese che Dio ci ha promesso, come ha ricordato uno di loro in televisione l’altro giorno, non è la “Palestina” del mandato britannico, bensì la Terra Promessa, che include Giordania, Libano e parti di Siria e Sinai. Citando la Bibbia, un altro ha dichiarato che siamo venuti in questo paese non solo per ereditare, ma anche per diseredare gli altri, buttarli fuori e prendere il loro posto.

 

Da quando l’allora Ministro della Difesa Shimon Peres ha eretto il primo insediamento, Kedumim, in mezzo alla popolazione palestinese nella striscia di Gaza, gli insediamenti si sono diffusi come cavallette, rubando gradualmente le terre e l’acqua dei vicini villaggi palestinesi, sradicando i loro alberi, bloccando le loro strade e costruendone di nuove nelle quali è vietato l’accesso. Quasi tutti gli insediamenti hanno creato basi satellitari sulle colline circostanti.

 

Tutto questo non si è mai fermato, nemmeno quando Sharon ha solennemente promesso al presidente Bush che avrebbe smantellato le “basi”. Al contrario, da allora ne sono nate decine di nuove, e nessuna è stata eliminata. Una ricerca pubblicata di recente dallo State Controller mette in evidenza come diversi ministri del governo hanno attivamente e consapevolmente infranto la legge per assicurare continui finanziamenti clandestini da parte del governo per le attività di insediamento.

 

Quando facemmo presente il problema ci fu detto di non preoccuparci. Solo una piccola minoranza dei coloni, ci dissero, è fanatica e pronta a resistere a qualsiasi tentativo di rimozione. Tuttavia, ciò non costituisce un grosso problema, perché la maggioranza dei cittadini israeliani li detesta e li considera solo degli squilibrati.

 

Molti coloni, ci hanno informato, non sono fanatici. Si sono trasferiti perché il governo metteva loro a disposizione case costose che non si sarebbero potuti permettere in territorio israeliano. Stavano cercando di migliorare la propria “qualità della vita”. Quando il governo gli dirà di andarsene, otterranno il risarcimento e andranno avanti.

 

Si è rivelata una pericolosa delusione. Come affermò Karl Marx, la consapevolezza delle persone è determinata dalla situazione in cui vivono. I buoni laburisti che il governo aveva fatto stabilire sulla Striscia di Gaza parlano e si comportano oggi come i peggiori seguaci dell’ultimo rabbino fascista Meir Kahane.

 

Inoltre, ci dissero, persino i pazzi riconoscono la democrazia di Israele. Nessuno si permetterà mai di attaccare i soldati dell’esercito israeliano. Quando il governo e la Knesset decideranno di evacuare gli insediamenti, obbediranno. Magari solleveranno qualche tafferuglio e faranno un po’ di resistenza, come hanno fatto per l’evacuazione degli insediamenti del Nord Sinai nel 1982, ma alla fine si arrenderanno. Dopo tutto, persino nel Nord Sinai nessun colono ha rifiutato il risarcimento.

 

Ma questo disdegno nei confronti dei coloni non è meno pericoloso del disdegno nei confronti degli Arabi. Ciò che è stato celato per lungo tempo sta ora diventando evidente: ai coloni non importa nulla della democrazia e delle istituzioni dello stato. Il loro nucleo duro lo dice chiaramente: quando le risoluzioni della Knesset contraddicono la Halakha (la legge religiosa ebraica), è quest’ultima ad avere priorità. In fondo, la Knesset non è altro che un gruppo di politici corrotti. E che valore hanno le leggi secolari, copiate dai Goyim (i pagani), in confronto alla parola di Dio, benedetto sia il suo nome?

 

Molti coloni non parlano in modo così chiaro e si fingono offesi quando vengono loro attribuiti tali atteggiamenti, ma di fatto si lasciano trascinare dal gruppo degli intransigenti, che hanno già calato la maschera. Mettono in pericolo non solo la politica del governo, ma anche la stessa democrazia israeliana in quanto tale. Dichiarano apertamente che il loro obiettivo è quello di trasformare Israele da repubblica democratica a repubblica basata sull’Halakha.

 

Uno stato di legge è soggetto al volere della maggioranza, che mette in atto le leggi e le ratifica, se necessario. Uno stato basato sull’Halakha è soggetto alla Torah, rivelata sul Monte Sinai e non modificabile. Solo un limitatissimo numero di eminenti rabbini ha l’autorità per interpretare l’Halakha. E questo è, chiaramente, l’opposto della democrazia. In qualsiasi altro paese, queste persone verrebbero chiamate fascisti. La connotazione religiosa non fa differenza.

 

I ribelli della destra religiosa sono fortemente motivati. Molti di loro credono nelle interpretazioni più xenofobe della Kabbala, che affermano che gli Ebrei secolari sono in realtà Amaleciti che riuscirono a infiltrarsi nel popolo di Israele al tempo dell’esodo dall’Egitto. Dio stesso, come tutti sanno, ha ordinato l’estirpazione di Amalek dalla faccia della terra. Quale migliore giustificazione ideologica per una guerra civile?

 

Perché tutto ciò è diventato una minaccia in questo particolare momento? Non è ancora chiaro se Sharon intenda realmente smantellare i pochi insediamenti nella Striscia di Gaza. Ma, per come la vedono i coloni, l’idea di rimuovere anche solo un insediamento scatenerebbe una guerra. Perché è un attacco a tutto ciò che per loro è sacro. Sharon ha cercato di convincerli che si tratta solo di una tattica: sacrificare pochi, piccoli insediamenti per salvare tutti gli altri. Invano.

 

In preparazione per la Grande Ribellione, i coloni hanno rivelato il loro potenziale. I rabbini più importanti del “Movimento religioso sionista” hanno dichiarato che l’evacuazione di un insediamento è peccato contro Dio e hanno invitato i soldati a rifiutare gli ordini. Centinaia di rabbini, compresi quelli degli insediamenti e dei gruppi religiosi nell’esercito, si sono uniti all’appello.

 

La voce dei pochi oppositori viene soffocata. Citano il Talmud dicendo: “la legge del regno è legge”, e questo significa che bisogna obbedire a ogni governo, così come ai Cristiani è richiesto di “dare a Cesare quel che è di Cesare”, eccetera. Ma chi ascolta più questi “rabbini moderati” ora?

 

La conquista dell’esercito dall’interno è cominciata molto tempo fa. L’ “accordo” con i “yeshivot hesder”, corpi separati all’interno dell’esercito, ha permesso l’ingresso di un gruppo di cavalli di Troia nell’ IDF e nei corpi ufficiali. In qualsiasi confronto tra i rabbini e i comandanti dell’esercito, la maggioranza dei soldati yeshivas obbedirebbe ai rabbini.

 

Il fatto che i coloni e gli Hesder Yeshiva siano sistematicamente penetrati nei ranghi dei corpi ufficiali significa che possono permettersi la baratteria, potenzialmente persino più pericolosa dell’ammutinamento.

 

Il rifiuto da parte della destra di obbedire agli ordini è diverso dall’obiezione di coscienza della sinistra. Per quest’ultima si tratta di una scelta personale, mentre il rifiuto della destra è un ammutinamento collettivo. A sinistra, in alcune centinaia si sono rifiutati di servire l’occupazione, a destra in molte migliaia, decine di migliaia, obbediranno agli ordini dei loro rabbini. Come ha ammonito il Capo di Stato Maggiore, l’esercito potrebbe cadere a pezzi.

 

Nel complesso i coloni, insieme ai loro stretti alleati in Israele tra cui anche gli studenti yeshiva, potrebbero ammontare a circa mezzo milione di persone, una falange potente per la ribellione.

Per ora i coloni stanno usando questa minaccia solo come strumento di ricatto e deterrenza, per stroncare qualsiasi progetto di evacuazione di insediamenti e territori. Ma se il ricatto non funziona, per la Grande Ribellione è solo questione di tempo.

 

 

Scheda Conflitto: Israele - Palestina - Libano

 

PARTI IN CONFLITTO

Dal 1948 ad OGGI: in origine l’esercito libanese, Siriano e i guerriglieri dell'Organizzazione per la Liberazione della Palestina di Yasser Arafat combattono il neonato esercito israeliano e i falangisti cristiani. Col tempo un corollario di organizzazioni militari nascono per opporsi al governo d’occupazione israeliano: il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina , il Fronte Democratico per la Liberazione della Palestina , il Fronte di Liberazione Arabo , il Fronte Popolare per la Lotta Palestinese , il Partito Comunista Palestinese , Il Fronte di Liberazione Palestinese e i combattenti islamici di Hamas, (acronimo di Movimento Islamico per la Resistenza) al fianco delle Brigate di Izzadin al-Kassam. Negli ultimi anni sono emersi altri gruppi di resistenza palestinese tra cui la Guardia Rivoluzionaria di Fatah , il Comando Generale del Fronte per la Liberazione della Palestina, le Brigate dei Martiri di Al-Aqsa e la Jihad per la Palestina Islamica

Dal 1982 ad OGGI: Il governo israeliano impegna il suo esercito con diverse fazioni libanesi: contro i guerriglieri sciiti di Hezbollah (appoggiati da Siria e Iran) e Amal, contro le truppe del governo libanese (appoggiate dall’Arabia Saudita, dalla Siria e dall’Iran), il Fronte di Liberazione del comandante Ahmed Jibril e l’Esercito Sud Libanese, creato originariamente da Israele e diventato col tempo a maggioranza mussulmana.

 

VITTIME

Le guerre israeliane del 1948, 1967 e 1973 hanno fatto all’incirca 100.000 mila vittime. Dal 1987 al 1992 l’intifada, la guerra popolare di resistenza palestinese, ha fatto 2000 vittime a maggioranza palestinesi. Circa 15 mila morti (di cui 1000 tra i soldati israeliani) morirono per l’invasione israeliana del Libano. Dall'inizio della Seconda Intifada (settembre 2000) fino ad oggi sono morti 3634 palestinesi e 973 israeliani

 

RISORSE CONTESE

Lo Stato di Israele è strategico per il controllo politico e militare del medio oriente, come lo è l’accesso ai fiumi e alle riserve idriche della zona.

 

FORNITURE ARMAMENTI

Israele riceve armi e addestramento soprattutto dagli Stati Uniti, ma anche dalla Francia e dalla Germania (che però ha sospeso temporaneamente l’esportazioni dopo l’invasione israeliana della West Bank nel 2002). I vari gruppi palestinesi ricevono armamenti ed addestramento dall’Arabia Saudita, dall’Iran dalla Siria.

 

LA SITUAZIONE ATTUALE

Nonostante il ritiro di Israele dal Libano nel maggio 2000, proseguono nella zona contesa delle fattorie di Shebaa (nel sud del Libano, a ridosso della frontiera israeliana) gli scontri tra Hezbollah ed esercito israeliano, che spesso compie azioni di rappresaglia contro obiettivi militari siriani. Il 5 ottobre 2003, ad esempio, l’aviazione israeliana ha bombardato un presunto campo hezbollah in territorio siriano, provocando decine di vittime. Sul fronte palestinese la situazione è molto tesa; agli attacchi suicidi dei guerriglieri palestinesi si oppone la rappresaglia dell’esercito israeiano che distrugge interi villaggi, e attacca deliberatamente la popolazione civile. Il processo per l’istituzione di uno stato Palestinese entro il 2005, secondo i piani della Road Map, è al momento in una fase di stallo. La decisione da parte del governo israeliano di costruire un muro difensivo lungo i confini provvisori di Israele ha inasprito le tensioni nella zona, trovando il disappunto di numerosi voci della comunità internazionale. La barriera, infatti, occupa illegalmente le terre palestinesi e crea enormi disagi al movimento della popolazione civile palestinese, ma la sua costruzione continua nonostante la condanna della corte internazionale dell’Aia. Le condizioni di Arafat, ricoverato in un ospedale militare a Parigi, destano molta preoccupazione. Anche e soprattutto per i risvolti futuri. Il 3 novembre, in un’operazione dell’esercito israeliano nella città di Rafah, nella Striscia di Gaza, è rimasto ucciso un tassista,  raggiunto da una pallottola alla testa mentre guidava nel centro della città. Nel corso della stessa incursione, l’esercito ha distrutto 15 case e una moschea, il settimo luogo di culto musulmano distrutto a Rafah negli ultimi 3 anni. Scopo dell’incursione, secondo i militari israeliani, è impedire l’arrivo di armamenti per l’Intifada dall’Egitto.

CONCLUSIONE FINALE DEL GRUPPO

Purtroppo analizzando il sito internet (www.peacereporter.net) abbiamo notato molta differenza tra le notizie che ci arrivano attrverso i mezzi di informazione e questo sito. Molte volte vengono nascosti dei fatti gravissimi, come avrete notato nei lavori in questo sito. Abbiamo osservato, anche che questo momento di "pace" è solo per pochi, che sono anche quelli che scatenano queste guerre per propri interessi....

Coin Leonardo

D'Alberto Massimiliano

4'A/mc

 

 




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